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BOLLETTINO

BELLA

IN NAPOLI

VOLUME XXXVI (SERIE II., VOL. XVl).

ANNO XXXVIII

1924

Con 8 tavole

( Pubblicato il 10 gennaio 1925)

OFFICINA CKOMO TIPOGRAFICA « ALDINA »

INDICE

ATTI

4 (MEMORIE E NOTE)

Torelli B. Osservazioni sull'apparato digerente dei Cymotholdae pag. GEREMICCA F. Ricerche sulla materia colorante dell'arancio . . »

Gargano C. La presenza di strutture filamentose in alcune affe¬ zioni patologiche . .. . . . . . !

Colomba G. Sul valore ereditario 4e^ carattere "file di granelli,,

nella spiga del granturco .......

Palombi A. Di un nuovo ospitatore della cercaria dell' Echino- stornimi secundum Nicoll 1906: Mytilus galloprovin-

cialis Lamk. . . . .

Del Regno W. Sulla trasformazione del Nichel nell’ intorno del

punto di Curie .

Parascandola A. l Crateri dell’Isola di Procida . . . . ,,

Mazzarelli G. |g Note sulla biologia dell’ostrica ( Ostrea edulis L.)

Cognetti L. Nuovo Gyrodactylide parassita nella cavità olfattiva

di Amiurus catus L. . .1 .

Cavara F. Commemorazione di Francesco Balsamo ...

Signore F. Sul metodo seguito per la determinazione delie tem¬ perature nei Campi Flegrei .

Forte O. Commemorazione di Agostino Oglialoro Todaro .

Mazzarelli G. Un nuovo tipo di evaporimetro galleggiante .

Guadagno M.— Notizie sul pozzo artesiano recentemente trivellato

nella piazza S. Maria La Fede in Napoli .... ,,

Salfi M. —Osservazioni sulla ecologia di alcune specie di Locasti -

dae e Phasgonundae .

ZlRPOLO G. Ricerche sulla rigenerazione degli Ctenofori . .

Mazzarelli G. Note sulla biologia dell'ostrica (Ostro edulis L.)

Piè? ANTONI U. La fosforescenza e la simbiosi in Microscolex,

phosphoreus (Ant. Dug.) .......

Gargano C. Processi rigenerativi, che si svolgono nelle arterie,

in seguito al denudamento ed alla ablazione della tunica avventizia ..........

Grande L. Note di floristica . , . .

Giordani M. Gli olii distillati dagli scisti bituminosi di Barcel¬ lona in Sicilia .

Giordani M. Stridii sull' estrazione della cellulosa a mezzo del

cloro . . . * . . . . . . .

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BOLLETTINO

DELLA

SOCIETÀ DEI NATURALISTI

BOLLETTINO

DELLA

SOCIETÀ DEI NATURALISTI

IIV NAPOLI

VOLUME XXXVI (SERIE II., VOL. XVl).

ANNO XXXVIII 1924

Con 8 tavole

(Pubblicato il 10 gennaio 1925)

NAPOLI

OFFICINA CROMO TIPOGRAFICA « ALDINA » Piazzetta Casanova a S. Sebastiano, 2-4

1925

Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli.

ATTI

(MEMORIE E NOTE)

Gli Autori assumono la piena responsabilità dei loro scritti.

.

Osservazioni sull’ apparato digerente dei Cymothoidae

della socia

D*ssa Beatrice Torelli*

(Tornata del 20 gennaio 1924)

Introduzione e riassunto bibliografico.

Le osservazioni più esatte e particolareggiate sull' apparato digerente degli Isopodi sono relativamente recenti e, più che al¬ tro riguardano specie terrestri e d'acqua dolce.

Nelle prime indagini, che risalgono al 1820, gli autori si so¬ no fermati ad esaminare la complicata armatura chitinosa dello stomaco di questi animali. Di tale armatura troviamo descrizioni e figure dettagliate anche posteriori.

Nel 1883 Huet si occupa dell' anatomia istologica dell'ap¬ parato digerente degli Isopodi. Egli descrive un esofago ed uno stomaco completamente contenuti nel segmento cefalico, un in¬ testino medio molto lungo, separato dal retto per mezzo di uno sfintere.

Tutto l'intestino medio è rivestito internamente da un'intima chitinosa dalla quale si dipartono delle esili colonne che, attra¬ versando l'epitelio, vanno ad unirsi alla congiuntiva che riveste esternamente l'epitelio stesso.

Secondo questo autore, l'intima non presenta pori, alcuna altra soluzione di continuità. Tuttavia egli non mette in dubbio che all' intestino medio sia devoluta la funzione del - l'assorbimento.

Infine è accennata l'ipotesi che stomodeo e proctodeo si congiungessero, e mancherebbe quindi un intestino medio en- dodermico.

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La descrizione del tubo digerente degli Isopodi, fatta da Ide (1892), è un po' differente ed è molto diverso il valore embrio¬ logico attribuito dall'A. alle varie parti.

Ide descrive un esofago che insieme allo stomaco (poche malaxatrice) sono costituite dallo stomodeo; un lungo intestino medio che va, almeno in molti Isopodi, oltre lo sfintere e che insieme con le glandole epatiche deriva dall'endoderma, un breve intestino retto formato dal proctodeo e quindi anche esso di ori¬ gine ectodermica.

La descrizione anatomica fatta da questo autore è ammessa da quanti lo hanno seguito; la descrizione istologica, invece, per quanto riguarda la struttura dell'epitelio dell' intestino medio, è stata in vari punti corretta.

L'A. estende le sue osservazioni a molti esemplari tra cui è compreso quello di una Anilocra mediterranea. Carattaristiche di questo animale sono la semplicità dei pezzi dello stomaco e le villosità che mostra l'intestino medio.

Mac Murrich (1897) scrive a proposito degli Isopodi terre¬ stri, che la regione intesa generalmente come intestino medio di origine endodermica, è invece di origine ectodermica. Essa è tutta rivestita di uno straterello di chitina che nell' Armadillidium e Porcellio è perfettamente omogeneo e senza alcuna traccia di pori.

L'A. afferma quindi che l'intestino medio dell' Armadillidium "non possiede una funzione assorbente „.

Murrich ha osservato per primo che il tessuto epiteliale dell'intestino medio degli Isopodi è un sincizio, per la scomparsa delle pareti cellulari.

Nello spessore del tessuto si distendono delle fibrille cito¬ plasmatiche e non chitinose come Huet aveva creduto che fossero.

Schònichen (1898) un'accurata descrizione istologica del tubo digerente degli Isopodi terrestri. Egli nota nella chitina che tappezza l'intestino medio, la presenza di numerosi pori, che ren¬ derebbero atto all'assorbimento questo tratto intestinale.

L'A. si ferma sulla questione dell'origine dell' intestino me¬ dio e ritiene che l'embriologia non ha dato sinora risultati sicuri, egli però è propenso ad ammettere un'origine endodermica per questo tratto intestinale. In favore di tale opinione sta la grande

rassomiglianza tra le cellule dell' epitelio intestinale e quello dei tubi epatici, certamente di origine endodermica.

Le ricerche di Murlin (1902) non aggiungono nulla di nuo¬ vo a quelle Schònichen, dal punto di vista anatomico e istolo¬ gico. Esse riguardano più che altro la funzione secernente e as¬ sorbente dell' intestino. E' bene però qui rilevare che Y A. non parla mai di una funzione assorbente della parte post-sfinterica dell'intestino medio, sebbene egli dica che tutta l'intima sia porosa.

Tralascio di esaminare le monografie speciali giacché nulla ci dicono di nuovo.

Materiale di studio e metodo di ricerca.

Le presenti osservazioni sono state fatte specialmente su tre generi di Cymothoidae : Meinertia , Anilocra , Nerocila.

Dei due primi generi ho avuto a disposizione molte specie ed in gran numero, del terzo solo pochi esemplari di N. bivittata.

I metodi di ricerca sono stati vari. Come liquidi fissativi ho adoperato sublimato in soluzione acquosa al 6 °[0, sublimato e acido acetico (la fissazione è durata pochi minuti), alcool 70 °[0, acido picrosolforico, acido picroacetico, Fleming forte, liquido di Hermann.

Se la fissazione è stata fatta in tato , ho aperto l'animale dal dorso isolando più che fosse possibile il tubo intestinale lungo cui operavo qualche taglio. Molte volte ho asportato nel liquido fissativo, il tubo digerente di un animale precedentemente ane¬ stetizzato.

Le colorazioni che meglio hanno risposto allo scopo sono state quelle a base di carminio boracico Grenacher, paracarminio Mayer e saffranina per le sezioni di esemplari fissati in Fleming o liquido di Hermann.

Alla colorazione con paracarminio Mayer ha fatto seguire, con buon esito, un bagno in acido picrico airi °[0.

Ho potuto facilmente isolare la chitina facendo uso di una soluzione di potassa caustica al 10 o 20°[o. Più difficilmente ho potuto colorarla.

Seguendo il metodo proposto da Bethe (1895), cioè dei suc¬ cessivi bagni della chitina in una soluzione al 10 °/0 di cloridrato

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di anilina, e bicromato di potassio al 10°[o, ho ottenuto buoni risultati in quanto che sono riuscita a colorare rapidamente ed intensamente, strati assai sottili di chitina. Ciò non mi è riu¬ scito ottenere in nessuna altra maniera. L’uso del solfato ferrico e pirogallolo, consigliato da De La Vaulx (1920), non mi ha soddisfatto.

Però il cloridrato di anilina resta in sospensione nell'acqua, e si ha allora l' inconveniente che molto abbondantemente si deposita sulla chitina, restando ad essa aderente anche, dopo il successivo lavaggio in acqua.

Descrizione dell' apparato digerente degli Isopodi.

L’apparato digerente degli Isopodi è un tubo diritto che lungo il suo percorso presenta restringimenti e dilatazioni. Esso è distinto in tre parti : intestino anteriore, medio, posteriore.

L'intestino anteriore è costituito dall'esofago e da uno sto¬ maco le cui pareti sono sorrette da vari pezzi chitinosi. L’arma¬ tura dello stomaco è stata ampiamente descritta e figurata. En¬ trambi, esofago e stomaco, sono contenuti nel segmento cefalico.

Dallo stomaco si diparte un lungo intestino medio il cui diametro è maggiore di quello dello stomaco. Alcune volte anzi {Cyrolana, Ligia) si presenta dilatato in maniera considerevole nella parte anteriore.

All'inizio dell'intestino sbocca l'epatopancreas.

Quale limite posteriore dell'intestino medio, era prima con¬ siderato un potente sfintere che l'apparato digerente presenta lungo il suo percorso.

Dopo le ricerche di Ide invece, è generalmente ammesso, che una parte dell’intestino post-sfinterico sia ancora, almeno in molti Isopodi, intestino medio. L'intestino retto quindi viene ad essere considerevolmente più corto.

L'intestino medio a sua volta è distinto in tre parti: due pre-sfinteriche ed una post-sfinterica. La prima sezione dell' in¬ testino medio è caratterizzata da un solco dell'epitelio sul lato dorsale. A questo solco esterno, corrisponde una piega spor¬ gente nel lume del tubo, fiancheggiata da due solchi laterali. Tale formazione, chiamata da Ide "bande dorsale,, e poi

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“typhlosole „, pare abbia la funzione di distribuire la bile, in modo uniforme, in tutto 1' intestino.

La seconda parte dell'intestino medio è un tubo a sezione circolare che ha presso a poco la stessa lunghezza, ma calibro leggermente minore, di quello della precedente sezione.

Questa parte infine si restringe bruscamente per la forma¬ zione dello sfintere.

La sezione post-sfinterica ha, secondo Ide, una forma ad S ben caratteristica. Appena dopo lo sfintere essa riprende quasi le dimensioni della regione media per restringersi nuovamente unendosi all'intestino retto.

Murrich fa dello sfintere una sezione distinta dell'intestino medio che, in tal caso, sarebbe diviso in quattro parti.

La parete dell'intestino medio negli lsopodi è formata da quattro strati : una tonaca muscolare esterna, la membrana ba¬ sale, l'epitelio, l'intima chitinosa.

La tonaca muscolare, studiata molto bene da Ide e Schò- nichen, è formata da due strati : uno esterno di fibre longitu¬ dinali, uno interno di fibre circolari. A costituire lo sfintere si aggiunge, al disopra dei precedenti, uno strato di fibre circolari.

La sottile membrana basale e l' intima chitinosa sono, se¬ condo quanto ha dichiarato Murrich, produzioni delle cellule epiteliali. Esse limitano l'epitelio, che, per la scomparsa delle pareti cellulari, è divenuto un sincizio.

Murrich e Schònichen contemporaneamente vennero a tale conclusione. Inoltre questi Autori osservarono che le pareti di¬ visorie tra cellula e cellula, sono rimpiazzate da sottili fibrille, anch'esse produzioni cellulari, che dalla membrana basale vanno all' intima.

Huet aveva notato queste fibrille che però credette pro¬ duzioni chitinose.

Le cellule epiteliali, nelle regioni pre-sfinteriche dell' inte¬ stino medio, dovevano essere larghe, con numerosi e grandi nu¬ clei tondeggianti, nella regione post-sfenterica dovevano essere sempre più piccole, con nuclei allungati e che si vedono molto ravvicinati l'uno all'altro.

Questa descrizione anatomica e istologica deve essere però, variamente modificata quando si tratta di lsopodi marini.

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Voglio qui riferire alcune osservazioni fatte sull' Idothea tricuspidata. Sebbene questa specie non sia stata in modo par¬ ticolare oggetto delle mie ricerche, pure ho riscontrato nell'ap¬ parato digerente di questo animale delle caratteristiche non prive di una certa importanza.

Anzitutto io non ho riconosciuto lo sfintere in nessun tratto del tubo digerente. L'intestino medio subisce un restringimento, appena visibile, all'altezza dell' ultimo segmento toracico. Ulte¬ riori indagini potranno far conoscere se tale lievissimo restrin¬ gimento è o no dovuto all'aggiunta di altre fibre muscolari.

Mettendo a macerare in potassa caustica il tubo digerente di una Idothea tricuspidata si potrà facilmente vedere, dopo breve tempo, che un tratto dell'intestino medio che segue im¬ mediatamente lo stomaco è invaginato nella porzione successiva.

Prolungando la macerazione in potassa questo tratto inva¬ ginato si distrugge. Stomaco e intestino restano in tal modo di¬ visi. Evidentemente in questo tratto manca un'intima chitinosa.

Questo fatto potrebbe condurci a stabilire il valore embriolo¬ gico dell'intestino medio degli Isopodi, punto sul quale le opi¬ nioni dei biologi non sono concordi. Murlin ha notato che nella muta, l'intima chitinosa dell'intestino medio, cade insieme alla parte posteriore del rivestimento esterno del corpo dell' ani¬ male. Collegando i due fatti osservati, non mi sembra che sia assolutamente da escludere l'idea, già emessa da Huet, che sto- modeo e proctodeo tendessero a ricongiungersi. E noi troviamo forme dove il fenomeno non è ancora avvenuto, forme dove il congiungimento delle due parti si è già verificato. Nelle prime esisterebbe ancora una porzione endodermica dell' intestino, nelle seconde la parte endodermica sarebbe scomparsa. Questa ipotesi va certamente sottoposta ad una verifica che a me però non è riuscita ancora di fare, ma che spero in seguito di poter compiere.

L' apparato digerente dei tre generi Meinertia , Anilocra e Nerocila ha, in linea generale, molta rassomiglianza con quello dei generi di Isopodi terrestri, ma, specialmente per quanto riguarda l'intestino medio, troviamo nei particolari di ciascuna regione, dif¬ ferenza degne di nota.

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L'intestino medio di questi tre generi di Cymothoidae, qualora si consideri esteso sin oltre lo sfintere, si può distinguere in tre regioni: anteriore, media e posteriore.

Tra la regione media e la posteriore si trova lo sfintere.

L'epitelio di tutto l'intestino medio forma numerose pie¬ ghe, longitudinali, uniformemente distribuite. Queste neffl Anilocra e nella Nerocila sono più grandi che nella Meinertia.

Nella regione anteriore queste pieghe sono regolari, paral¬ lele tra loro. In tali casi non è possibile distinguere nessun solco speciale, quale quello che caratterizza la corrispondente regione dell'intestino degli Isopodi terrestri.

Nella Ligia ed Idothea invece, secondo quanto afferma Huet, l’epitelio intestinale forma lungo tutto l'intestino medio delle pic¬ cole pieghe appena accennate, e solo nella regione anteriore una grande piega dorsale.

La seconda parte dell'intestino medio arriva sino allo sfin¬ tere. In essa le pieghe epiteliali hanno un percorso ondulato, ir¬ regolare. Parte di esse sono una diretta continuazione delle pie¬ ghe della regione precedente ed allora difficilmente si prolun¬ gano sino allo sfintere, parte s'iniziano in questo tratto intestinale.

La regione post-sfinterica del tubo digerente, in tutti gli Isopodi marini dove esiste lo sfintere, ha un percorso rettilineo e un diametro assai minore di quello delle regioni pre-sfinteriche (Fig. 1). Nella Cyrolana e nella Ligia la sproporzione tra i dia¬ metri delle due parti è molto considerevole.

In tutta questa regione l'epitelio forma delle pieghe profonde e molto fitte le quali riprendono un andamento regolare, rettilineo.

Guardando a microscopio la sezione trasversale, e qualche volta la sezione longitudinale dell'intestino medio di uno dei tre generi: Anilocra , Nerocila e Meinertia si ha l’illusione che l'e¬ pitelio formi delle villosità (Fig. 2). Infatti Ide ha ritenuto che si trattasse di appendici digitiformi simili ai villi intestinali dei Vertebrati. Ma se noi apriamo il tubo digerente di uno di tali animali, nel senso della lunghezza, potremo renderci facilmente conto della verità dei fatti.

Queste pieghe nella regione anteriore, certamente facilitano una distribuzione della bile in tutto l’intestino, ma esse devono

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anche avere il compito di permettere la dilatazione del tubo in¬ testinale e di ingrandirne la superficie assorbente.

Tutto 1' intestino medio di questi Cymothoidae è rivestito internamente di un'intima chitinosa strettamente aderente al tes¬ suto epiteliale che ne resta in tal modo limitato.

L'intima delle regioni pre-sferiteriche è molto più sottile di quella della parte post-sfinterica dell'intestino medio. La prima si riesce a distendere con facilità, perchè le pieghe che essa forma insieme all’epitelio non sono molto fitte ; la seconda non si di¬ stende mai completamente, per grandi tratti perchè più ri¬ gida e perchè le pieghe sono molto strette l'una vicino all'altra.

Io ho potuto inoltre constatare che l' intima della parte pre- sfinterica dell' intestino, si presenta finemente porosa, il che in¬ vece non si verifica per l'intima di tutto il tratto post-sfinterico del tubo digerente.

In quest'ultimo tratto quindi non si compie assolutamente l'assorbimento, e solo per i caratteri istologici dell'epitelio, pos¬ siamo unire all' intestino medio una parte della regione post-sfin¬ terica del tubo intestinale. Se volessimo attenerci ad una distinzione fisiologica tra intestino medio e intestino posteriore, quest'ultimo dovrebbe cominciare dallo sfintere. Giustamente quindi, Murrich chiama il tratto post-sfinterico, una sezione di transizione.

Sin dal principio delle mie osservazioni sulle forme già ci¬ tate di Cymothoidae , notai la presenza di due grosse appendici dell’intestino di questi animali.

Dall'esame microscopico delle sezioni e dopo il trattamento del tubo intestinale con potassa caustica, potetti facilmente con¬ vincermi che si trattava di due estroflessioni epiteliali del tubo digerente.

In altri Isopodi a cui ho esteso le mie ricerche (Idothea hectica , /. tricuspidata , Cyrolana hirtipes , Conilera cilindracea , Spheroma granulatum , Aega crenulata, Ligia oceanica) non ho riscontrato nulla di simile.

Nella Meinertia queste estroflessioni occupano parte del penultimo e l'ultimo segmento toracico, ntW1 Anilocra e nella Ne- codia possono trovarsi un indietro e raggiungere il e qualche volta il segmento addominale. Sempre sono situate

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verso il lato ventrale del tubo digerente, tanto che alcune volte si ricongiungono sulla linea mediana ventrale.

Nella Meinertia esse appaiono di forma sferica, appiattite in senso dorso ventrale, se le tasche incubatrici sono molto ri¬ gonfie in modo che la cavità del corpo viene ad impiccolirsi notevolmente. Nell ' Anilocra e nella Nerocila sono invece piri¬ formi di lunghezza variabile.

Però non è difficile accorgersi che la forma di queste estro- flessioni è in tutti i casi quella di tubi a fondo cieco più o meno allungati. Si presentano sempre ripiegati su loro stessi, ma nella Meinertia , data la forma del corpo, si rende necessario un ag- gomitolamento tale da fare assumere a tutta la massa la forma sferica. La grandezza di queste estroflessioni è, nello stesso ge¬ nere, molto variabile; l'estremità assottigliata di esse si apre nel¬ l’intestino, appena dopo lo sfintere nell' Anilocra e Nerocila , un più indietro nella Meinertia.

Fig. 1. Intestino medio Ae\Y Anilocra fintere a, estrofessioni intestinali

sf, sfintere

La posizione di queste appendici rispetto all'intestino mi è apparsa chiara dopo il trattamento di questo, con potassa cau¬ stica. Del tubo digerente è rimasto allora il solo strato chi- tinoso, e si vede che dopo la regione dello sfintere partono due

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sottilissimi tubi, anche essi chitinosi, che poco dopo si dilatano e possono acquistare una lunghezza considerevole (Fig. 1).

Le dimensioni di tali appendici si possono apprezzare solo quando se ne isola la chitina perchè solo in tal caso e possibile svolgerle completamente.

Dall'esame di preparati microtomici ho potuto rilevare che la parete di questi sacchi è esclusivamente di natura epiteliale.

Fig. 2. Sezioni di intestino medio deW Anilaro p, pieghe epiteliali tm , tonaca muscolare e, epitelio

L'epitelio anche qui limitato dalla membrana basale e dall'intima chitinosa, ha gli identici caratteri di quello delle regioni presfin-

Fig. 3. Estrofessioni dell’intestino medio e, epitelio v, villosità epiteliali m. sostanza interna

teriche dell'intestino medio; però qui esso forma delle vere e proprie villosità dendriformi, più o meno complicate (Fig. 3).

Queste sacculazioni si trovano riempite di una sostanza lat¬ tiginosa che in seguito alla fissazione, si contrae molto più che

non la parete epiteliale, e che dopo la colorazione delle sezioni, si presenta come una massa omogenea, finemente granulosa, meno intensamente colorata delTepitelio.

Dall'osservazione di preparati di chitina, questa si presenta sottile e porosa come, del resto, è l'intima della parte pre-sfin- terica dell'intestino.

Dopo tutto quanto sono venuta rilevando mi sembra potere asserire che queste estroflessioni , originatesi dalla regione pre- sfinterica dell'intestino, sono state spostate indietro per la forma stessa del corpo di questi animali; che la loro funzione sia quella di aumentare la capacità intestinale e la superficie assorbente. Viene ad essere, in tal modo, evitato il grande accumulo di nutri¬ mento nell'intestino medio , cosa che invece si verifica in altri Isopodi parassiti, e si facilita inoltre la funzione dell'assorbimento perchè lo strato di chitina, per quanto poroso, costituisce sem¬ pre un ostacolo alla rapidità della funzione.

Conclusioni

L’intestino medio dei Cymothoidae : Anilocra, Nerocila, Mei- nertia, per i caratteri istologici, si può distinguere in tre re¬ gioni anteriore, medio e posteriore. In tutte e tre queste parti, l’epitelio forma delle pieghe longitudinali che hanno certamente il compito di aumentare la superficie dell'intestino e permetterne la dilatazione. Queste pieghe sono prima regolari e diritte, poi hanno un percorso ondulato molto irregolare e finalmente nella terza parte (separata dalla seconda da uno sfintere) riprendono un andamento regolare, e sono molto ravvicinate tra di loro, giacché questa parte del tubo digerente é notevolmente più stretta delle due precedenti.

L’intima chitinosa dell'intestino medio è porosa solo nelle, parti pre-sfinteriche, quindi dal punto di vista fisiologico, la parte post-sfinterica dovrebbe unirsi all’intestino retto e costi¬ tuire un intestino posteriore.

E’ bene qui ancora richiamare l'attenzione sul fatto, che in molti Cymothoidae esaminati, l'intestino medio è tutto rivestito di chitina, invece ntWIdothea tricuspidata subito dopo lo stomaco si trova un tratto del tubo digerente in cui manca l'intima chitinosa.

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Nei tre generi prima menzionati di Cymothoidae , dopo lo sfintere si dipartono dairintestino due estroflessioni che per i caratteri istologici devono considerarsi produzioni epiteliali del¬ l'intestino pre-sfinterico, spostatesi poi indietro.

La funzione di queste sacculazioni deve esse quella di au¬ mentare la capacità intestinale e la superficie assorbente.

Napoli, Stazione Zoologica, gennaio 1924.

1883. Huet, L. Nouvelles recherches sur les Crustaces Isopodes. Jour.

Anat. Phys. Paris, Tome 19, p. 241, Pie. 12.

1892. Ide, M. Le tube digesti/ des Edriophtalmes, La cellule. Paris. Tome 8 p. 99 Pie. 1-7.

1895. Bethe, A. Die Otocystes voti Mysis. Z. Jahrb. Morph. Abt. Jena, Bd. 8, p. 544.

1897. Mac Murrich, J. P. The epithelium of thè so-called nuid-gut

of thè terrestrial Isopods. Jour. Morph. Boston, Voi. 14, p. 83, Pie. 9.

1898. Schònichen, W. - Der Darmkanal der Oniscideti utid Aselliden .

Zeitschr. Wiss. Z. Leipzig, Bd. 65, p. 143.

1902. Murlin, J. R. Absorption and secretion in thè digestive System of thè land-Isopods. Proc. Acad. Nat. Se. Philadelphia, Voi. 54 p. 284, Pie. 16.

1920. De La Vaulx, R. Sur un nouveau procédè de la coloration de la chitin. Bull. Soc. Z. France. Paris, Tome 45, p. 214.

Ricerche

sulla materia colorante dell’arancio.

Seconda Nota del socio

i

Dott. Federico Geremicca.

(Tornata del 20 gennaio 1924)

Da quando è apparsa la prima Nota sulla materia colorante dairarancio molta altra bibliografia ho consultata, ma nulla ho trovato che si riferisse ad essa in modo speciale; vari sono stati gli autori che nel corso delle loro ricerche sulle diverse sostanze che si trovano nei Citrus si sono imbattuti in quella, ma nessuno di essi l'ha presa in considerazione; così il Tanret, il Poulsen, il Paterno, il Brioschi, il Licopoli, I’Abderhalden, il Pfeffer ed altri.

Per estrarre dall'arancio la materia colorante della quale ho già detto qualcosa nella mia Nota preliminare del 6 giugno 1920 ho usato diversi metodi.

Ne estrassi una piccola quantità con soluzione sodica. Ebbi cosi un liquido torbido, denso di sostanze estrattive che con raf¬ freddamento si rapprendeva quasi del tutto in una massa gelati¬ nosa e per acidificazione dava un precipitato voluminosissimo di sostanze pectiche, di sostanza colorante e di altre ancora che riusciva quasi impossibile eliminare.

Non mi convenne portare a secco, perchè la soda caustica, presente in eccesso, avrebbe potuto modificare profondamente la sostanza. Perciò volli sostituire la soda con l’ammoniaca a caldo. Anche così ottenni un liquido molto scuro e denso, ma quasi limpido, che con raffreddamento si rapprendeva come il liquido sodico in una massa gelatinosa non filtrabile; il ca-

lore, l'addizione di acidi e di sali determinava una precipi¬ tazione separata delle masse gelatinose.

Ho voluto anche assicurarmi sul comportamento dei carbo¬ nati e bicarbonati alcalini, della calòe e della barite sempre in soluzione acquosa, fra tutte, la soluzione di carbonati sodico si colora più intensamente, ma sempre assai meno delle soluzioni di soda e di potassa caustica ed ammoniaca.

La soluzione di carbonato sodico ottenuta dal pericarpio di 5 Kg. di aranci fu anch'essa differentemente sperimentata per isolare la sostanza colorante. Dal liquido alcalino acidificato con acido cloridrico si separa un lieve precipitato gelatinoso; senza filtrarlo l'ho concentrato a bagno maria. A misura che si eva¬ porava il liquido si formavano delle crosticine di sostanza co¬ lorante che si depositavano sul fondo tra l'altro precipitato di consistenza gelatinosa dovuto alle sostanze pectiche.

L'evaporazione l'ho proseguita fino a portare quasi a secco il residuo, dal quale meccanicamente ho potuto separare le cro¬ sticine brune. Dopo averle polverizzate, le ho ripetutamente la¬ vate con acqua e disseccate alla stufa e su acido solforico.

Questa separazione meccanica non mi è altra volta riuscita, perchè la sostanza colorante si separava durante l'evaporazione intimamente mischiata agli altri prodotti.

La sostanza ottenuta con quest' ultimo metodo è solubile a caldo in soda da cui precipita per aggiunta di acido. E insolu¬ bile in tutti i solventi organici, tranne che un poco in glicerina a caldo ed in acido acetico glaciale anche in piccolissima quan¬ tità ed in naftalina fusa. Lascia un lieve residuo di cenere; non fonde, ma riscaldata a temperatura elevata si decompone dando prodotti catramosi.

Per lo scarso rendimento avuto col carbonato sodico ho preferito ritornare al metodo dell'ammoniaca.

Prima di accingermi ad una nuova estrazione di sostanza ho voluto assicurarmi da quale parte del frutto questa si estrae in maggior quantità: ho raccolto perciò separatamente la parte gialla esterna dell'arancio, la parte spugnosa bianca e la polpa interna col succo e trattato in capsule con soluzione ammoniacale a circa il 5 °/0, ho riscaldato più volte senza mai portare alla ebollizione e dopo riposo ho filtrato premendo attraverso tela.

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Dalla colorazione dei liquidi mi sono accorto che dalla parte bianca si è estratta una maggiore quantità di sostanza, insieme però ad una grande quantità di sostanza mucillaginosa; se ne è ottenuta un meno dalla parte gialla esterna, anche con una minore quantità di mucillagine ed ancora meno dalla polpa ac¬ compagnata da grande quantità di sostanze pectiche e mucilla¬ ginose.

Ho filtrato i liquidi ottenuti dalla parte gialla e dalla bianca, trascurando quello ottenuto dalla polpa. La filtrazione è stata molto lenta.

Su questi estratti ho rifatto molti saggi sempre allo scopo di trovare il miglior metodo per la separazione e purificazione della sostanza. Ho riprovato con acetato di piombo, con acetato, con cloruro e con idrato di bario e solo con questi due ultimi ho avuto un risultato alquanto soddisfacente.

Ho preso parte dei liquidi ottenuti ed ho acidificato con acido cloridrico, indi ho filtrato ed aggiunto cloruro di bario che ho usato per precipitare le sostanze pectiche senza precipi¬ tare la sostanza colorante, per quanto incompletamente ho rag¬ giunto questo scopo.

Ho riscaldato e filtrato ancora per separare il precipitato voluminoso ottenuto che si presentava poco colorato; al filtrato ho aggiunto acido solforico per precipitare il Ba, ho riscaldato e filtrato il liquido che passava sempre molto bruno ed anche il precipitato era molto colorato; ho lavato perciò questo sul filtro con ammoniaca calda, finché non è rimasto il solo preci¬ pitato bianco di BaS04, indi ho acidificato lievemente con acido cloridrico i liquidi filtrati, ho riscaldato con garbo, ho lasciato in riposo e ho raccolto infine sul filtro a pompa la materia co¬ lorante precipitata; ho lavato fino a scomparsa della reazione dell'acido cloridrico, ho disseccato e polverizzato la sostanza stacciandola poi attraverso staccio finissimo.

La sostanza così ottenuta nel disseccarsi diventa insolubile in ammoniaca e rimane ancora solubile in soda ed in potassa a caldo. Non fonde sublima, ma si decompone col calore la¬ sciando un residuo di carbone che è lentissimo a bruciare.

Le ceneri determinate sono il 2,33 °/0.

Ne ho hatta l'analisi elementare determinando lo zolfo col

19

metodo del Liebig alla potassa e salnitro, e l’azoto col metodo Dumas ed ho trovato:

I

II

Sostanza = gr.

0,1998

Sostanza

= gr. 0,2018

co2

= gr-

0,4126

C02

= gr. 0,4088

H20

= gr.

0,0974

h2o

= gr. 0,0976

Da cui:

I

II

III

IV

C

56,31

55,24

H

5,43

5,37

N

10,29

S

1,46

Come si vede i risultati non sono per niente concordanti e lasciano supporre che non si abbia da fare con una sostanza unica, ma con un miscuglio di sostanze.

Tra gli inconvenienti osservati in questa estrazione vi era quello del trasporto meccanico di sostanze secondarie per le pressioni alle quali sottoponevo il materiale per eliminare i li¬ quidi. Ho voluto perciò ovviare a quest’altra complicazione iso¬ lando per diffusione le soluzioni ammoniacali della sostanza co¬ lorante e d'altro.

Ho preparato dodici bocce con 500 gr. di bucce ognuna e nella prima ho versato 500 cc. di soluzione ammoniacale al 10 %. Ho riscaldato fino a circa 80° C, indi ho travasato il liquido nella seconda boccia ed ho aggiunto alla prima altri 500 cc. di acqua riscaldando ; indi ho versato il liquido da 2 in 3, aggiungendovi qualche altro cc. di ammoniaca e poi da 1 a 2 ; in 1 ho versato dell'altra acqua fino a coprir le buccie. Ho riscaldato e travasato il liquido da 3 in 4, da 2 in 3, da 1 in 2 e ad 1 ho aggiunto altra acqua e così ho continuato. Quando il liquido è arrivato nella boccia 5, invece di versarlo in 6 l'ho versato in una boc¬ cia deposito e ho lasciato contemporaneamente senza liquido la boccia esaurita che ho tolto dalla batteria. Nella seguente ope¬ razione ho versato il liquido da 5 in 6, da 4 in 5, da 3 in 4,

da 2 in 3 ed ho aggiunto in 2 altra acqua. In seguito ancora ho versato il liquido da 6 nella boccia deposito, da 5 in 6, da da 4 in 5, da 3 in 4, da 2 in 3, ed ho lasciato 2 vuota. Ecc... Quando anche la boccia 12 è stata riempita di liquido, ho ver¬ sato, nelle successive operazioni, da 12 sempre nella boccia deposito e sono andato man mano vuotando e sottraendo le bocce esaurite.

Ho trattato il liquido così ottenuto con Ba(OH)2 e ho avuto un precipitato molto voluminoso e colorato in bruno come la soluzione. Riscaldando il colore si rende più cupo ed il preci¬ pitato diventa più concreto. Ho filtrato ed aggiunto al filtrato HC1, col quale prima si è sbiadito, ma poi col riscaldamento ha acquistato un colore molto intenso. Dopo circa 24 ore di riposo si nota un fino precipitato bianco che si deposita len¬ tamente e diventa più compatto e voluminoso per nuovo ri- scaldamento. Questo precipitato è dovuto con ogni probabilità all'acido inetapectico in successivi saggi non mi è stato dato di ottenere sempre questo precipitato. Ho filtrato ed aggiunto acido solforico diluito per precipitare il Ba. Ho riscaldato e fil¬ trato. Sul filtro si è depositato insieme al solfato di bario anche un precipitato voluminoso bruno-scuro ed il liquido è passato anche colorato, ma un po' meno intensamente.

Ho lavato il precipitato sul filtro con ammoniaca calda ed è passata subito in soluzione la sostanza scura scovrendo il pre¬ cipitato bianco di solfato di bario; questa soluzione scura otte¬ nuta l'ho aggiunta alle acque madri della precipitazione del sol¬ fato di bario, dopo averle di nuovo alcalinizzate per aggiunta di ammoniaca.

Ho acidificato appena il liquido così ottenuto con acido cloridrico e si è manifestato un intorbidamento che col calore aumentava, lasciando veder nettamente un precipitato polveroso bruno che andava depositandosi scolorando il liquido ; raccolto sul filtro il precipitato si vedeva di color bruno scurissimo. Ho lavato con acqua, asciugato e polverizzato.

La sostanza così ottenuta conteneva ancora ceneri. Ho cer¬ cato di purificarla usando l'acetato di piombo: ho sciolto la sostanza in ammoniaca ed aggiunto acetato di piombo fino a decolorare completamente il liquido. Ho avuto un precipitato

abbondantissimo bruno, molto voluminoso che ho raccolto sul filtro e lavato.

Allo scopo di decomporre il sale di piombo ottenuto, l’ho sospeso in acqua e ho fatto in essa gorgogliare idrogeno sol¬ forato per circa un quarto d’ora. Ho filtrato. Ho lavato il pre¬ cipitato per eliminare ogni traccia di H2S; indi l’ho trattato con soluzione ammoniacale calda, che ha sciolto e trasportato via la materia colorante, colorandosi intensissimamente in bruno scuro. Dal liquido ottenuto, ho precipitato la materia colorante con aggiunta di acido cloridrico.

Tutto farebbe credere che la sostanza così ottenuta fosse pura, invece essa bruciata lascia un residuo minerale di piombo che determinato come solfato dà:

Pb ==11,25 o/o

La sostanza disseccata diventa poco solubile in soda ed in acido acetico (circa il 0,25 °/0), pur dando una colorazione bruna molto intensa; niente solubile in naftalina, in acetato d 'amile, in veratrolo, negli oli e negli altri solventi organici. Evi¬ dentemente la purificazione con acetato di piombo non mi ha dato buona prova e forse sarà preferibile eliminare tale trattamento.

Ho estratto delle altre porzioni di sostanza colorante, ba¬ sandomi sullo stesso principio della diffusione, sostituendo però all’idrato o al cloruro di bario l’idrato di calcio.

Son partito da 35 kg. di aranci che ho trattato con soluzione ammoniacale contenente 1' 1 °/0 di NH3 sul peso delle bucce.

Ai liquidi raccolti ho aggiunto calce, ho fatto bollire e fil¬ trato, ho avuto un precipitato bruno ed un liquido non molto intensamente colorato. Acidificando appena questo con acido cloridrico e concentrando, si è andata depositando la materia colorante. L’ho raccolta sul filtro, indi l'ho ridisciolta a caldo in soda; ho filtrato e riprecipitato con acido cloridrico. Dopo ri¬ poso, ho raccolto la sostanza su filtro, ho lavato a fondo, dis¬ seccato e pestato. La sostanza si presentava sempre bruno scu¬ rissimo, quasi nero, conservando sempre le stesse proprietà in rapporto alla solubilità. Bruciata lasciava un residuo imponde¬ rabile di cenere grigia.

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Ne ho fatto ranalisi elementare determinando il solfo col

metodo del Liebig e l'azoto col

I

metodo

Dumas ;

II

ho trovato :

Sostanza = gr. 0,1866

Sostanza = gr.

0,1054

C02 = gr. 0,4256

co2

. 0,2420

H20 = gr. 0,1142

h2o

= gr,

. 0,0748

Da cui :

1 II III

IV

V

VI

C 62,20 62,61

H 7,01 7,22

N

10,08

10,08

S 1,97

2,30

Come si vede i risultati ottenuti su

questa

porzione sono

abbastanza discordanti da quelli ottenuti dalla porzione ante - cedentemente analizzata; solo l'azoto ed il solfo si avvicinano alquanto.

La bassissima percentuale in ceneri e la non eccessiva di¬ scordanza delle cifre trovata per questa porzione, lasciano sup¬ porre che questa pur non essendo perfettamente pura lo è certo di più dell'antecedente e che quindi le percentuali trovate ora siano più attendibili delle altre.

Basandosi perciò sugli ultimi risultati si potrebbe assegnare alla materia colorante da me estratta dall'arancio, la seguente formola :

(CysHjoyNuSOnJn per la quale si avrebbe:

Trovato

(media)

Teorico

c.=

62,44

62,52

H =

7,11

7,24

N =

10,08

10,29

S =

2,14

2,14

0 =

18,26

17,90

23

Peraltro queste deduzioni sono di una attendibilità assai re¬ lativa, giacché manca ogni mezzo per assicurarsi se si tratta di mescolanza o di prodotto unico, è detto che con ulteriori procedimenti si giunga ai medesimi risultati.

Presenta un notevole interesse il fatto che questa sostanza contenga nella sua molecola lo zolfo, perchè finora non si co¬ nosceva che una sola materia colorante vegetale che lo conte¬ nesse, cioè la phicoeritrina, sostanza rossa contenuta in alcune alghe.

Per questa sostanza da me trovata io proporrei il nome di " Citracina tenendo conto che essa si estrae dai Citrus.

Conclusione.

Dalle bucce del frutto dell'arancio ( Citrus aurantium) ho estratto una sostanza bruna quasi nera, dall'aspetto piceo, incri¬ stallizzabile, insolubile quasi completamente nell'acqua e nei solventi organici comunemente usati; solo nell'acido acetico è alquanto solubile con intensa colorazione bruna.

Con intensissima colorazione si scioglie a caldo nella potassa e nella soda da cui è precipitata con gli acidi diluiti.

Fra i diversi metodi per estrarre la sostanza, la diffusione di soluzioni ammoniacali si è mostrata superiore al trattamento per pressione, come anche l’uso dell'ammoniaca invece della soda per quando renda più lunga l'operazione, dato il grado estrattivo minore di questo- alcali rispetto alla soda, è preferibile perchè estrae minor quantità di altri corpi.

Le soluzioni erano al 2%.

Per la purificazione l' idrato di Ba e di Ca, come precipi¬ tanti delle sostanze pectiche e degli altri acidi organici che si trovano nel vegetale ha dato migliori risultati del BaCL

Anche qui si incorre nell'inconveniente che gli idrati alca¬ lini terrosi precipitano della sostanza colorante che dovrà cer¬ carsi di riavere.

Credo che data l'insolubilità del BaS04 il Ba(OH)2 sia prefe¬ ribile al Ca(OH)2. Avendo purificata la sostanza colorante estratta con l'acetato di piombo, le complicazioni apportate da questo reat¬ tivo non mi hanno permesso di esaminare il corpo così isolato.

In conclusione il metodo estrattivo e purificativo può così essere esposto :

Le bucce d'arancio tagliuzzate si esauriscono con soluzioni ammoniacali al 2 °[0 ed alla temperatura di 80° C. I liquidi bruni ottenuti si trattano con Ba (OH)2 finché non si ha più precipi¬ tato, si fa bollire e si filtra. Il filtrato si acidifica appena con acido cloridrico diluito e si porta a piccolo volume, si filtra per raccogliere la sostanza depositatasi e si tratta con H2S04 per precipitare il Ba, si filtra di nuovo e si concentra ancora rac¬ cogliendo la sostanza che va depositandosi. Intanto, insieme BaS04 è rimasta sul filtro anche parte della sostanza colorante si lava perciò il precipitato con ammoniaca calda fino a che non rimane il solo precipitato di BaS04; il liquido bruno che passa si acidifica appena con acido cloridrico, si fa depositare e si filtra.

I diversi precipitati della sostanza colorante ottenuti si la¬ vano a fondo con acqua, si disciolgono in soda, si riprecipitano con acido cloridrico e si raccolgono sul filtro a pompa; si la¬ vano ancora fino a completa sparizione della reazione dei clo¬ ruri, si disseccano e si polverizzano.

La sostanza così ottenuta bruciata lascia appena tracce di ceneri e risulta composta di C, H, N, S, O, nelle seguenti pro¬ porzioni medie :

c == 62,41 0/0; H 7,11 o/0; N = 10,08 0/0; s = 2,14 o/o; 0= 18,26 o/0.

Da cui si potrebbe ricavare la seguente formula:

(CysHjoyNuS 017)n

Per la quale si avrebbe:

Trovato

Teorico

C =

62,41

62,52

H =

7,11

7,14

N =

10,08

10,29

s =:

2,13

2,14

0 =

18,26

16,90

In questi trattamenti la sostanza colorante verrebbe liberata dalla esperidina e da alcuni acidi trovati dal Tanret per la poca

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solubilità di questi in ammoniaca, dagli acidi organici e dalle so¬ stanze pectiche con calce o barite che danno composti insolubili dall’acido metapectico che è solubile in acqua e non precipita per concentrazione; ed infine la nuova sostanza non contiene i vari corpi solubili in solventi organici, perchè, come si è detto, è perfettamente insolubile in questi.

Di questa sostanza ho anche ottenuto un derivato di rea¬ zione con l'acido solforico concentrato a caldo che a giudicare dalle sue proprietà tintoriali sembrerebbe un prodotto di solfo- nazione. Questo prodotto a sua volta fuso con potassa mi ha dato un derivato bianco, voluminoso, pochissimo solubile sia in alcali che in acidi. Trattato con la miscela nitrificante ho otte¬ nuto un derivato giallo amorfo, insolubile in acqua e solubile negli alcali. Per quanto io non possa dare sicuro affidamento sulla purezza della sostanza da me isolata se si considera dal punto di vista di una sostanza unica e chimicamente pura essa già così come è stata estratta può servire alle applicazioni tin¬ toriali e potrà permetter lo studio delle sue varie trasformazioni per aumentare il grado di solubilità ed il potere tintorio. I co¬ lori che essa impartisce ai tessuti mostrano stabilità alla luce, al sapone ed al ferro caldo.

Per questa materia colorante da me isolata dalle bucce del Citrus aurantiam io proporrei il nome di "Citracina,,, giacché da osservazioni da me fatte sembrerebbe che questa sostanza si trovi in tutti i frutti dei Citrus e forse anche nei fiori ed in piccolissima quantità nelle foglie e nei rametti.

Napoli, gennaio 1924.

B I ELIOGRAFIA.

1884. Husemann, A. und Th. und Hilzer, A. Die Pflanzenstoffe in chetnische phisiologischer, pharmacologischer und toxicologisecher Hinsicht, 2 Bd. Julius Springer. Berlin.

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1914. Abderhalden. Biochemisches Handlexicon, Vili Voi.

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1886. Tanret. Sur quelques principes immédiates de Técorce de To- range amairef C. R. Ac. Se. Paris. Tome 102, p. 518.

1876. Chatin, J. Sie'ge des suhstances active dans les plantes tnédi- cinales. These pour Y aggregati on de l’Ecole de médecine de Paris.

1855. Baillon. De la famille des Aurantiacees. These de la faculté de médecine. Paris.

La presenza di strutture filamentose in al¬ cune affezioni patologiche.

Memoria del socio

Claudio Gargano

(Tornata del 16 dicembre 1923)

La revisione di numerosi preparati di tumori sia di natura epiteliale, che connettivale e di formazioni patologiche, che hanno la morfologia degli ordinari granulomi, in taluni, ha messo in evidenza delle speciali strutture filamentose, che, con il loro e- volversi, finiscono per sostituirsi al tessuto blastomatoso o gra- nulomatoso.

Tali strutture è possibile con accurate seriazioni di seguire dall’inizio fino agli stadi ulteriori del loro sviluppo (?); esse per molti caratteri si avvicinano al tipo dei funghi autocase i- fi canti, considerati da Schròn (1912) agenti etiologici di quelle malattie, nelle quali si ha come epilogo una evidente degene¬ razione caseosa.

Ma purtroppo delle ricerche di Schròn e della tecnica da lui adoperata sappiamo poco, perchè anche i più diligenti scolari (Nacciarone, Cominelli, ecc.) nei loro scritti riferiscono fram¬ mentarie notizie, in guisa da essere difficile discutere la portata di teorie, che sembrava dovessero irradiare di nuova luce la etiologia e la patogenesi di non poche malattie.

La caseificazione, identificata da Rindfleisch come una varietà di degenerazione grassa e da Weigert come morte dei tessuti, che colpisca contemporaneamente la cellula e la sostanza intercellulare, si inizia con un processo di coagulazione. È in-

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dispensabile che i tessuti, che debbono andare incontro alla ne¬ crosi di coagulazione, abbiano sostanze coagulabili, e che la coa¬ gulazione avvenga in presenza di gran copia di liquido piasma¬ tico, per il che ne deriva, che tutti gli organi e tutti i tessuti possono essere inficiati da questa particolare forma di degene¬ razione, presentando focolai caseosi.

Schròn (1904) dimostrò (?), che non erano da accettarsi incondizionatamente le idee sostenute da Weigert, non ricono¬ scendosi in molte caseificazioni classiche, come fase iniziale, la necrosi di un tessuto, laddove invece la caseificazione in quei casi (tisi, ateromasia delle arterie, ecc.) sarebbe prodotta da uno speciale fungo autocaseificante.

" Il detto A. differenzia nelle masse in caseificazione, note¬ voli ed essenziali varietà istologiche, morfogenetiche ed ecolo¬ giche, così come differenzia la semplice necrosi in duplice tipo, essendo da dover chiamare necrosi da coagulazione quella, che è individualizzata nella infiltrazione e coagulazione intercellulare di fibrina o comunque da essudati plastici coagulabili e per converso necrosi da coagulazione quella che è contraddistinta da coagulazione intracellulare primitiva del citoplasma e secondaria necrosi degli elementi cellulari interi, passando poi spesso da questa necrosi di coagulazione ad uno stato caseiforme.

Quella è determinata da precipitazione dell'albumina dei tes¬ suti per virtù di precipitine piasmatiche o di sostanze coagulanti, questa per virtù di essudazione secondaria a stasi, emboli o con¬ dizioni patogenetiche similiari, e quindi in rapporto intimo col contenuto dei vasi vicini (Cominelli)

Nella necrosi da coagulazione si ha l'evolversi di una so¬ stanza plastica, che ha le reazioni coloranti della fibrina, sebbene da parecchi ricercatori (Neumann, Gravitz, ecc.) si propenda più per una metamorfosi fibrinoide del connettivo.

Le differenti sostanze caseose, secondo Schròn, non rico¬ noscerebbero costantemente le medesime cause, si appalese¬ rebbero con la stessa morfologia e con le stesse reazioni micro- chimiche: si avrebbero cioè: sostanze caseose tipiche; sostanze caseiformi; sostanze caseosimili.

Nelle sostanze caseose tipiche (tisi, ateromasia, ecc.) si può mettere in evidenza, in alcune fasi, un convoluto di fili, di tubi,

23

w

che si anastomizzano in tutti i versi, e che sono interpetrati come uno speciale fungo autocaseificante. Nelle sostanze caseiformi mancherebbe questo speciale convoluto di fili e si avrebbero solo alterazioni delle cellule e dello stroma del tessuto, il cui epilogo è un detritus delle cellule. Le sostanze caseosimili in¬ fine sono esponenti di processi autolitici, verificatisi per opera di enzimi piogeni, ed hanno l'apparenza di un quid omogeneizzato.

Ricerche personali.

Microtecn ica.

La tecnica seguita non presenta difficoltà; si hanno buoni risultati, adoperando qualsivoglia fissativo, ma i più commen- devoli mi sembrano il liquido di Zencker, il formolo acetico al 10°[o, e l'alcool; è invece indispensabile la colorazione all’ema- tossilina ferrica secondo i dettami di Heidenhain, con l'avvertenza di mordenzare molto le sezioni microtomiche con la soluzione di allume di ferro al 5°[0, sopracolorarle con la tintura di ema- tossilina, e differenziare successivamente la tinta con molta cura sotto al campo del microscopio.

Le strutture filamentose sono rilevabili anche a medio in¬ grandimento, è però preferibile, per alcuni dettagli, l'uso di un obiettivo apocromatico ad immersione omogenea e la luce arti¬ ficiale monocromatica, ottenuta filtrando i raggi di un becco a gas Auer attraverso ad un pallone di acetato di rame.

Si è cercato altresì di procedere ad insemensamenti, negli ordinari mezzi di cultura, di pezzi di tumori epiteliali e con- nettivali e di granulomi, con la speranza di ottenere lo sviluppo di tali ipotetici funghi (?) autocaseificanti, il che non è mai av¬ venuto, ciò mi ha sorpreso, quando si considera che le strut¬ ture filamentose sono del tutto eccezionali, non avendole riscon¬ trate con certezza altro che in quattro casi: i n un t u m o r e (?) primario del fegato di gatto; in una epulide sarcomatosa di uomo; in un epitelioma ulcerato della regione temporo-massaterina sottoposto a radiumterapia; in alcune glandole ascellari tubercolari.

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Fig. 1. Tumore primario [?] del fegato di gatto. Caverna con strutture filamentose. Microfotografia.

Osservazioni*

Tumore primario del fegato di gatto. Il tu¬ more proveniva dall'autopsia di un gatto eseguita nella R. Scuola di Medicina Veterinaria di Napoli, tumore diagnosticato per i caratteri clinici e per quelli anatomo-patologici macroscopici co¬ me un blastoma epiteliale primario del fegato.

Furono repertati pezzetti del tumore, fissandoli in liquido db Zenker, in formolo al 10 °[0 ed in alcool. I tagli microtomici si sono colorati variamente: le strutture filamentose sono pertanto messe in evidenza solo dalla Unzione alTematossilina ferrica di Heidenhain.

Il tessuto epatico, abbastanza bene conservato in alcune zone, in altre presenta i caratteri di una evidente degenerazione grassa con alterazioni molteplici citoplasmatiche e nucleari, laddove in altre zone invece le cellule sono siffattamente alterate che non è possibile in nessuna guisa riconoscerle.

Si hanno infine delle cavità, delle specie di caverne, nelle

31

t

quali si osservano le strutture filamentose (fig. 1), cavità spesso circondate da elementi epatici integri. Le strutture filamentose, si trovano in vari stadi di evoluzione, e sebbene, per ragioni ovvie, sarebbe azzardato fissare delle seriazioni, pure non è difficile supporre che alcuni stadi debbano dipendere filogeneticamente da altri.

Una forma iniziale dovrebbe essere quella di un reticolo a filamenti sottili, intrecciantisi variamente: spesso si hanno dei punti nodali, dai quali partono innumerevoli fili raggiati come degli astri. Dal reticolo sottile si passa ad un reticolo a filamenti più spessi ed in questo stadio sono più numerosi a constatarsi i centri, dai quali si irradiano i raggi di filamenti. Infine un terzo stadio è quello costituito da filamenti spessi, che per i loro caratteri ottici sembra sieno tubi cavi. Attorno a questi filamenti si notano numerosi granali sferici, molto rifrangenti la luce, granuli che sono pure sparsi nelle maglie del reticolo anzidetto.

I granuli in parola sembra originino dei corpi sferoidali più grandi, anche essi rifrangenti.

II reticolo a sua volta si risolve in un detrito amorfo nel quale sono riconoscibili per le reazioni cromatiche i due tipi di granuli ed alcuni segmenti di reticolo.

Nel tessuto epatico ancora bene conservato si osservano poi oltre i granuli testé accennati, anche i segmenti di filamenti.

Epulide sarcomatosa. Pezzi provenienti da una operazione eseguita nella Clinica chirurgica su di un infermo di anni 30, per una neoplasia della porzione gengivale del mascel¬ lare superiore, in corrispondenza del e molare di destra.

I pezzi sono stati fissati in alcool ed in liquido di Zenker.

L'esame istologico dimostrò trattarsi di un sarcoma fuso¬ cellulare con numerosi elementi plurinucleari (cellule a mielo- plassi). Nel tumore è facile osservare delle piccole cavità nelle quali si trovano le strutture filamentose, con caratteri analoghi a quelle riscontrate nel fegato del gatto. Si avevano forme a cespugli, con centri nodali, reticoli a filamenti sottili, medi e grandi. Anche in questo caso non era difficile osservare intorno ai grossi tronchi i granuli rifrangenti piccoli e grandi. Si ha pure risoluzione del reticolo in una sostanza amorfa, in un detrito,

nel quale sono disseminati i granuli ed alcuni pezzi di reticolo, granuli e pezzi di reticolo che sono riconoscibili altresì nel tes¬ suto neoplastico apparentemente integro.

Epitelioma della regione tem poro-mas¬ sa t eri n a. I pezzi di tumore provengono da una neoplasia epiteliale della regione temporo-massaterina destra di una in¬ ferma di anni 54, che era stata sottoposta ad una cura di ra¬ diazioni di radio. In seguito alla radiumterapia il blastoma ap¬ parve clinicamente guarito, però sul tessuto rigenerato si andò novellamente svolgendo una ulcerazione neoplastica di natura epiteliale, che alesarne istologico si dimostrò per un'epitelioma basispinocellulare.

Fig. 2. Epitelioma basispinocellulare influenzato dalle radiazioni del radio. Caverna con strutture filamentose. Microfotografia.

In questo tessuto blastomatoso si osservano delle cavità, nelle quali sono sitele strutture filamentose (fig. 2), che, per i ca¬ ratteri morfologici, non differiscono da quelle testé descritte nel tumore (?) del fegato del gatto e nell' epulide sarcomatosa del-

Fig. 3. Adenite tubercolare. Caverne con strutture filamentose. Microfotografia.

L'esame istologico dei preparati colorati con le comuni co¬ lorazioni (per es. emallume-eosina), il reperto classico di un granuloma tubercolare con numerose cellule giganti e con molti punti di degenerazione caseosa. La colorazione aH'ematossilina ferrica invece fa notare che le strutture filamentose (osservate in tre precedenti casi) sono molto più abbondanti nelle cennate glandole tubercolari (fig. 3) e sempre con i medesimi caratteri morfologici. Tali strutture filamentose non sembra prendano rap¬ porto con le cellule giganti (fig. 4).

Dalla revisione degli innumerevoli preparati di tumori e di granulomi, eseguiti con la medesima tecnica di fissazione e di

l'uomo. Notevole che il tessuto neoplastico, circondante tali ca¬ vità, è integro: ad un forte ingrandimento pertanto e con una più accurata revisione dei preparati non è difficile in esso met¬ tere in evidenza i granuli rifrangenti ed i segmenti di reticolo.

Adenite tubercolare sottoascellare. I pezzi provengono da glandole tubercolari sottoascellari asportate chirurgicamente ad una inferma di 60 anni. Fissazione in alcool.

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colorazione si può ricavare, che i blastomi ed i granulomi, nei quali appariscono le strutture filamentose sieno del tutto ecce¬ zionali, pare possano essere interpetrate per fibrina o per un reticolo connettivale, perchè sia l'aspetto, che le reazioni micro- chimiche escludono una siffatta ipotesi.

La loro morfologia le avvicinerebbe a quelle formazioni pa¬ tologiche descritte da Schròn nella tisi e nell' ateromasia, e da lui interpetrate come un microrganismo patogeno di tali malattìe.

Per vero anche Schròn si pose avanti il problema se il mi¬ crobo tisiogeno (?) fosse fibrina, ed, in seguito a lunghi e pa¬ zienti studi, si sentì autorizzato a fissare in un quadro le dif¬ ferenze tra la fibrina e questo presunto parassita della tisi.

Fibrina

Microbo tisiogeno

1. Le fibrille sono solide. I fili arborescenti sono cilindri cavi.

2. Non è arborescente. Ha cilindri arborescenti e grossi tubi

anastornotici.

Fig. 4. Adenite tubercolare. La cellula gigante dei tubercoli non è influenzata dalle struttnre filamentose. Microfotografia. -

35

3. La fibrina non germoglia.

4. Sostanza organica inerte.

5. Non fruttifica.

6. Più diventa vecchia e più si infiltra di leucociti.

7. Non si coltiva.

8. Non secrega sostanza cri¬ stallizzante.

9. Inoculata negli animali di esperimento degenera e vie¬ ne assorbita.

Percorre 10 fasi di evoluzione strut¬ turale.

Pianta viva con tutte le estrinseca¬ zioni di una vera vita vegetale.

Ha due epoche di fruttificazione.

Più cresce e più divora gli elementi cellulari che si trovano in prin¬ cipio fra le sue maglie, da rima¬ nere alla fine solo.

È coltivabile su vari mezzi di cul¬ tura.

Produce un cristallo specifico come tutti i microbi.

Inoculato germoglia in luogo, pro¬ duce colonie metastatiche in altri organi e vi induce il processo ti- siogeno.

Secondo Schròn.

Le scoperte di Schròn poco si conoscono, perchè le dimo¬ strazioni, che ogni anno il Maestro faceva dei suoi preparati, non erano sufficienti per permettere ad altri di dare giudizi sereni sulla portata della sua opera.

Nel 1912 al Congresso internazionale contro la tubercolosi tenutosi a Roma, finalmente annunziò i me¬ todi di colorazione (ma non di cultura) e dette alcune notizie sulla biologia del microrganismo. Schròn infatti dice che il microbo tisiogeno si deve ritenere la causa efficiente della carie fungosa, del gonartrocace e del morbo di Pott, essendo, secondo lui, un errore di considerare simili affezioni come prodotte dal bacillo della tubercolosi o dai suoi derivati morfologici e chimici; le malattie in parola sarebbero invece provocate dal microbo tisiogeno, che si trova in tutte le fasi della sua evoluzione strutturale, vale a dire 10 fasi progressive e 2 regressive.

Il microbo tisiogeno, appartenente ai funghi filiformi, è in confronto del bacillo della tubercolosi un vero macrobo, e dif¬ ferisce dagli ifomiceti, dalle streptotricee, dai licheni e dalle alghe pure, sebbene abbia di ciascuna di queste piante dei ca¬ ratteri. Da vero parassita tipico si sostituisce al tessuto mettendolo da parte, frantumandolo ed assorbendolo: fruttifica in due epoche

36

ed in due modi differenti, e cioè in forma capsulare (6a fase) ed in forma sporangiforme (9a fase). La decima fase è la più ca¬ ratteristica ed è quella dei grossi tubi anastomotici. L'undecima fase è quella che induce l'autocaseificazione del microbo tisio— geno, generante i campi caseosi della tisi, nonché il detritus ca¬ seoso contenente i germi del microbo; la dodicesima fase infine (o seconda regressiva) è caratterizzata dalla metamorfosi mucosa di una parte del microbo tisiogeno, importante per la comparsa di una specie di muco, sopratutto abbondante in certe caverne polmonari, il cui espettorato è ricco del medesimo, senza che fin ora fosse stato possibile di comprenderne la genesi e la pro¬ venienza.

Col microbo tisiogeno può, ma non deve trovarsi in sim¬ biosi il bacillo della tubercolosi. Il bacillo della tubercolosi, il quale può produrre necrosi da coagulazione, non produce vera caseificazione dei tessuti, ma soltanto materie caseiformi, con lenta colliquazione e suppurazione. Il vero tubercolo miliare specifico (prodotto dal bacillo della tubercolosi) non caseifica nel suo centro come fin ora si è supposto, ma termina con trasformazione fi¬ brosa, anzi spesso con una fase ialina. *

Il bacillo della tubercolosi ed il microbo tisiogeno differi¬ scono non solo per grandezza, per caratteri essenziali di classe sistematica, per caratteri biologici e per caratteri cromofili e cro- mofughi, ma pure per i loro cristalli specifici (del loro ultimo prodotto di secrezione cristallizzato) nel senso, che il cristallo specifico del bacillo tubercolare (chiamato in altri tempi ti sin a e poi tuberculon è un piccolo rombo quadrato, il quale subisce in contatto coll'aria (per esempio nella cultura in vitro e nel polmone) la sua metamorfosi cromatica autoctona, per correndo la scala dei colori dal bianco, attraverso il giallo e bruno fino al nero fumo ; mentre il cristallo specifico del mi¬ crobo tisiogeno è un prisma esagonale, vivamente polarizzato, differenza importante, giacché il rombo di tubercolo n nella sua qualità di cristallo monoassile non polarizza coi mezzi ottici comunemente adoperati.

Cominelli (1914), nell'istituto Schròn, con la medesima te¬ cnica, ha eseguito numerosi preparati di sostanze macroscopi¬ camente caseose, riscontrando sempre un reperto simile a quello

s

37

ottenuto dal Maestro, e cioè la presenza di reticoli e filamenti con tronchi grossi ed arborizzazioni fine. Questi tronchi e rami cilindrici sono cavi e senza setti. Analogo reperto si avrebbe nei vasi sanguigni.

Esiste dunque, secondo Cominelli, una modalità morfolo¬ gica rappresentata da invasioni del tessuto da parte di fili e ra¬ mificazioni, di cui fase ultima è la caseificazione, cioè trasforma- zione in massa omogenea, granulosa.

Non può disconoscersi che la caseificazione tisiogena venga dalla autocaseificazione di quel convoluto, nelle sue fasi ultime, sostituito al tessuto: ed in ciò sta la differenza essenziale con le altre forme di caseificazione, nate dalla necrosi di coagulazione dei vari elementi cellulari, di cui operano le metamorfosi chimi¬ che gli stessi fattori, che ne hanno determinato la morte,,.

L'esame morfologico dei molti preparati, eseguiti da Comi- nelli, gli darebbe la pruova obbiettiva, che a lato della caseifi¬ cazione, che ha il centro di spandimento dalla cellula gigante con progressiva necrosi di coagulazione pericentrale, vi sia un tipo di necrosi non follicolare, derivante da infiltrazione co¬ stitutiva di una massa simile a fibrina, ma canalizzata e priva dei caratteri di essa e di quelli che indicano uno stato degene¬ rativo del connettivo.

Bisogna quindi escludere che le sostanze filamentose stu¬ diate da Schròn, Cominelli e da me [Gargano] sieno fibrina, tampoco può accettarsi la denominazione di fibrina ialina o canalizzata proposta da Scmauss ed Albrecht o di fi¬ brina desmoide di Van Buhl, perchè mancano le rea¬ zioni microchimiche per metterle in evidenza.

Al certo l'ipotesi di Schròn di un microorganismo è quella, che meglio risponderebbe ai dati della osservazione obiettiva, pur tenendo conto che a me [Gargano] mai sia riuscito di ot¬ tenere daH'insemensamento di tumori o di granuloni nei comuni terreni di cultura lo sviluppo d'un tal parassita.

Ciò che mi rende pertanto perplesso ad accettare incondi¬ zionatamente la idea microparassitaria non è l’assenza di culture in vitro positive, perchè un simile parassita potrebbe aver bi¬ sogno per coltivarsi di terreni speciali, ma bensì di averlo ri-

38

trovato in un numero molto ristretto di casi, laddove il paras¬ sita di Schròn sarebbe stato frequentemente messo in evidenza.

Che se dovessi propendere per l'ipotesi microparassitaria delle strutture filamentose da me studiate, avvicinerei un tal pa¬ rassita ad un fungo, forse ad una saprolegna.

Conclusioni.

Anche volendo accettare l'ipotesi parassitaria delle strutture filamentose, per il numero esiguo di osservazioni, non mi riter¬ rei affatto autorizzato a credere che un parassita (?) di tal gene¬ re fosse l'agente etiologico di blastomi o di granulomi: penserei piuttosto ad una infezione secondaria di tali affezioni morbose.

Clinica chirurgica della R. Università di Napoli.

BIBLÌOQ RAFIA.

1914. Comi nelli, A. Le differenti materie caseose e la loro genesi. Napoli Officina cromotipografica Aldina.

1899. Nacciarone, A. Le tre conferenze tenute nelVaula magna della Uni¬ versità di Napoli , dal prof. Otto von Schròn nei giorni 15, 16 e 17 giugno 1899, Napoli, Tip. Fazio.

1912. Schròn von, O. Siri microbo tisiogeno e sulla differenza fra tuber¬ colosi tisi. Conferenze, comunicazioni é dimostrazioni: VII Congresso internazionale contro la tubercolosi, Roma, 14-20 aprile.

Sul valore ereditario del carattere file di granelli,, nella spiga del granturco !)

del socio

DotL Giuseppe Colomba

(Tornata del 16 dicembre 1923)

Ogni individuo presenta le parti del proprio corpo e la manifestazione della propria attività fisiologica conformate o esplicate in maniera tale, da farlo riconoscere e distinguere da individui differenti sostanzialmente, e non solamente per gra¬ duazioni o intensità di tali parti o manifestazioni vitali : queste parti e queste manifestazioni costituiscono i caratteri dell'individuo. Così ad es. : la presenza di una spiga composta, la forma delle glume, il colore di queste, il periodo della vegetazione della pianta, la sua resistenza agli attacchi della ruggine, costituiscono tutti i caratteri che servono a distinguere il frumento ed insieme ad altri servono a stabilire che tutti gli individui* che li posseg¬ gono appartengono al gruppo dei frumenti.

Ma che importanza potrebbero avere questi ed altri nume¬ rosi caratteri, propri di ciascuna pianta, se non fossero eredita¬ ri ? Certo nessuna o, almeno, una importanza molto minore. Ma, invece, appunto perchè, i caratteri sono trasmissibili di padre in figlio non solo, ma anche suscettibili di miglioramenti, essi hanno un interesse grandissimo sia per la teoria che per la pratica, tanto che scienziati di ogni paese hanno studiato la cosa formu¬ lando diverse teorie quali la pangenesi di Darwin, la perigenesi di Haeckel, l'idio plasma del Nageli,

1) Lavoro eseguito nel laboratorio delle Coltivazioni della R. Scuola Su¬ periore d’Agricoltura di Portici, diretto dal Prof. Comm. E. de Cillis.

41

il germiplasma del Weismann , la pan genesi intracellulare del de Vries, le leggifondam en- t a 1 i di Mendel.

Ora però sembra assodato che l'eredità dei caratteri av¬ venga in virtù di cause dette geni, fattori, potenze determinanti preesistenti neirembrione.

Ed è questo fatto, tanto più grande quanto più inesplicabile, che ci individui simili ai genitori, individui che, sotto T in¬ fluenza della coltura e di tutti i mezzi a disposizione deiruomo, possono produrre, nelle generazioni successive, individui mi¬ gliori, che apportano sensibili miglioramenti nelle piante col¬ tivate.

Fra le piante coltivate una delle più studiate è stata il Mais, sia per la facilità della coltura, che per la faciltà di ottenere in- crocii, per la produzione di un gran numero di semi, per la grande variabilità genetica e anche per 1' importanza agrìcola, sempre cre¬ scente, della pianta.

Fra i numerosi caratteri del granturco, uno dei meno studiati, dal punto di vista genetico, è stato il carattere "numero delle file nelle spighe,, ed è, basandomi su esso, che ho proceduto alle necessarie ricerche bibliografiche.

Come appare dal lavoro del Jones pubblicato nel: The American Naturalist Anno 1922, è dovuta, prin¬ cipalmente, al prof. Emerson l'osservazione che i caratteri del granturco sono, all' ingrosso, dipendenti da sei gruppi di fattori incatenati linked „.

Il Sig. Jones ha trovato, nel suo esperimento, che il numero delle file nel granturco aumenta, in paragone dei due parenti, in ragione del 5,29 % ed, inoltre, ha dimostrato che, tale numero, non è molto influenzato dal vigore della pianta, ma che, forse, deve dipendere da un fattore incatenato (linked).

In un altro lavoro il Prof. Auchinleck (Miglioramento del mais a mezzo della selezione nell'isola di S. Maurizio in Department of Agriculture Mauritius Bollettino N. 18 p. 1-19 + 5 tavole Port-Louis 1920) dimostra che un miglioramento nel mais è possibile con la selezione.

Infatti, poiché egli tenta di migliorare il carattere 14 file, col

42

seminare spighe a 16 file, della razza " Yellow Hint Maize ha una marcata frequenza di discendenti con più di 14 file.

Dove, però, ho trovato esposto in modo soddisfacente il Linkage è stato nel lavoro di Eyster W. H. (Ricerche sul “Linkage,, nel mais in Genetics Voi. 6, n. 3, pag. 209-240. Baltimora, Maggio 1921).

In questo lavoro vengono esposti i risultati di una serie di ricerche condotte allo scopo di studiare i fenomeni di linkage nel mais, con speciale riferimento ai due caratteri : cariossidi tu¬ nicate (in cui le glume sono così sviluppate che avvolgono com¬ pletamente le granella) ed endosperma zuccherino, governati dalle due paia di fattori genetici, rappresentate con i simboli Tu tu e Su su.

In una prima serie di operazioni genetiche, VA. ha eseguito un certo numero di incroci reciproci tra piante tunicate, zucche¬ rine eterozigote (Tu tu, Su su), e piante non tunicate ad endo¬ sperma non zuccherino (tu tu, su su).

I gruppi Su Tu, Su tu, su Tu e su tu dovrebbero formarsi in egual numero. In ogni caso abbiamo, invece, un eccesso dei gruppi Su Tu e su tu, rispetto ai gruppi Su tu e su Tu. La tendenza che i due fattori, Su e Tu e, rispettivamente, su e tu, hanno a rimanere associati o a trasmettersi solidamente nei discen¬ denti, si spiega ammettendo che essi siano accoppiati nello stesso cromosomo. Ma se ciò avvenisse in modo assoluto i gruppi Su tu e su Tu non dovrebbero comparire affatto.

Una volta ammesso ciò che ormai appare manifesto, il con¬ catenamento (linkage) tra Su e Tu e l'eventuali eccezioni pos¬ sono spiegarsi in base alla teoria del " Crossing over „, per cui un certo numero di cromosomi si spezza in un punto compreso tra il locus di Su e il locus di Tu e, analogamente, i cromosomi delle piante non tunicate e non zuccherine (su tu) si spezzano ed avviene uno scambio tra segmenti omologhi che si saldano a costituire nuovi cromosomi, i quali possiederanno uno solo dei due caratteri che prima erano collegati. La percentuale di " Cros¬ sing over ", nei due gruppi di incroci, risulterebbe pari a 26,94 e 38,95 rispettivamente, percentuale, però, che non costituisce d’altra parte un valore fisso e costante essendo influenzata, tanto dalle condizioni del mezzo, quanto dai fattori genetici portati dai ero-

43

mosomi stessi. Nella Megasporogenesi (che porta alla formazione della cellula uovo) la percentuale di Crossing over andrebbe da 21,1 a 30,5 mentre nella microsporogenesi (che porta alla for¬ mazione del granello pollinico) essa sarebbe, in media, più elevata in ragione dell'8 %.

1 risultati ottenuti dagli autori, precedentemente ricordati, sono da loro dimostrati col linkage ma non tutti gli autori sono d'accordo su ciò e nel Manuale del Mendelismo di Wilson al cap. 7 sono riportati numerosi esempi nei quali i ri¬ sultati sono spiegati con l'intervento dei “fattori multipli,,. Un esempio più degno di nota è quello sul colore dei cavalli dove l’A. dice che ciascuno dei cinque colori fondamentali deve essere il ri¬ sultato di un fattore multiplo e così il fattore per il nero, ad esem¬ pio, si accompagna agli altri quattro fattori, quelli, cioè, per il rosso, il bianco, il bruno e il bruno chiaro.

Sembrandomi, perciò, la questione abbastanza importante e molto dibattuta, mi sono accinto ad una prova sperimentale che valga a dare un modesto contributo alla conoscenza dei fattori incatenati nel mais.

In base a queste osservazioni, il 6 maggio 1922, seminai, in pieno campo, dei semi di Zea Mays della razza " gialla co¬ mune tardiva provenienti da spighe ad 8 file, 10 file, 12 file, e seminai, anche, in vasi, altri semi provenienti da altre spighe, come appare dalla seguente tabella, per poter incrociare i semi delle spighe ad 8 file, 10 file, 12 file in tutte le loro combina¬ zioni e ottenere i semi per l'anno successivo (la Fj):

Numero

dei vasi

Numero

di denominazione delle spighe

Numero

delle file

49

61

8

51

61

8

53

80

8

55

80

8

57

5

8

59 ,

5

8

61

71

8

44

Numero

dei vasi

Numero

di denominazione delle spighe

Numero

delle file

63

71

8

65

63

8

67

63

8

69

81

10

71

81

10

73

81

10

75

97

10

77

97

10

50

97

10

52

12

10 !

54

12

10

56

12

10

58

22

12

60

22

12

62

22

12

64

14

12

66

14

12

68

14

t .

12

70

11

12

72

11

12

74

41

12

76

41

12

Funzionano da maschi i numeri:

51, 53, 55, 61, 65, 67 (numero dei vasi) e furono castrati i numeri: 50, 52, 54, 56, 58, 62, 64, 66, 71, 74, 76 (numero dei vasi).

Il 28 agosto, poi, dello stesso anno, sebbene vi fosse stata una forte invasione di Pirausta nubilaris , pure potetti raccogliere nel campo ben 690 spighe, delle quali però 90 erano rovinate

45

dairinsetto. Le osservazioni, quindi, dovetti farle su 600 spighe così classificate:

Tabella N. 1.

Numero

denomin.

spighe

Numero delle file

Granelli

seminati

Piante

ottenute

Spighe

a

8 file

Spighe

a

10 file

Spighe

12ftle

Senza file discerni¬ bili

5

8

26

22

9

5

2

6

61

8

62

61

42

2

1

16

80

8

74

71

42

5

2

22

63

8

55

54

18

7

1

28

71

8

26

23

14

2

7

12

10

50

46

17

3

3

23

97

10

59

54

18

8

6

22

81

10

15

11

5

1

5

22

12

98

86

44

2

. 2

38

14

12

110

89

50

5

1

33

11

12

60

56

20

4

2

30

41

12

30

27

6

3

2

16

Totale

665

600

285

47

22

246

Alla prima tabella fa seguito la tabella n. 2 che mostra la percentuale del carattere file delle spighe (v. pag. seguente).

Nell'anno successivo, poi, il 1923 e, precisamente, il 12 a- prile seminai, in pieno campo, i semi provenienti dalle spighe ottenute dalla semina nei vasi, e, cioè il prodotto delle impolli¬ nazioni artificiali :

8X8 8 X 10 8 X 12 10 X 12 12 X 12

Dalla fecondazione 10 X 10 non si ottenne prodotto.

Anche in quest'anno vi è stata una forte infezione di Pi¬ rausta nubilaris e la siccità è stata più precoce e più pronun¬ ziata tanto che il 18 agosto 1923 potetti raccogliere solo N. 304 spighe, di cui n. 103 senza file distinte, anzi nel gruppo 8X10 non ne raccolsi nessuna.

Dalla tabella N. 3 si può meglio vedere il numero di spi- ghe che raccolsi per ogni gruppo (v. pag. seguente).

46

Tabella N. 2.

Numero

denominaz.

spighe

Numero delle file

Spighe a 8 file

1

Spighe a 10 file

l

Spighe a 12 file

Spighe senza file discernibili

5

8

40,90

°/oo

22,72 °/00

9,09

%o

27,29

°/oo

61

8

68,85

11

3,27

1,63

II

26,25

II

80

8

59,15

»

7,04

2,81

II

31,00

II

63

8

33,33

n

12,96

1,95

II

51,76

II

71

8

60,86

8,69

30,45

II

12

10

37,77

li

6,66

6,66

II

48,91

II

97

10

33,33

»

14,80

10,11

11

41,71

II

81

10

45,45

il

9,09

45,46

II

22

12

51,16

il

2,32

2,32

11

44,20

II

14

12

56,17

il

5,61

1,12

11

37,10

II

11

12

35,70

i)

7,14

3,57

II

53,59

II

41

12

22,22

n

11,11

7,40

il

59,27

II

Tabella N. 3.

Incroci

Numero

piante

ottenute

Spighe a 8 file

Spighe a 10 file

Spighe a 12 file

Spighe senza file discernibile

8.X 8

123

71

4

2

46 .

8X8

25

12

1

12

8 X 10

8 X 10

31

13

6

12

8 X 12

23

17

6

8 X 12

67

37

11

1

18

10 X 12

20

14

1

5

12 X 12

15

9

2

4

Totale

304

103

Anche qui alla 3a tabella fa seguito la 4a dove è calcolato la percentuale del carattere " numero delle file della ¥1 :

Tabella N. 4.

Incroci

Spighe a 8 file

Spighe a 10 file

Spighe a 12 file

Spighe ;

senza file distinte

8 X 8

56,11 °/„ o

3,25 °/oo

1,62 °/00

38,23 °/oo

8X8

48,00

4,00

48,00

8 X 10

8 X 10

41,93

19,35

"

38,72

8 X 12

73,91

26,09

8 X 12

55,22

16,41

1,41

73,04

10 X 12

70,00

5,00

25,00

12 X 12

60,00

13,33

46,67

Da ciò che ho esposto riesce chiaro che una conclusione esatta, riguardante il valore ereditario studiato, del carattere file delle spighe nel granturco, da cui possa trarsi una formula gametica relativa al carattere “file,, non può aversi dai risultati perchè dagli incroci manca ancora la F2 però, da ciò che si è visto, si possono detrarre alcune conclusioni che non mancano di importanza, e cioè:

1. Che il carattere " numero file del granturco non dipende datazione di fattori multipli, perchè, nelle scissioni, non si hanno dei numeri consecutivi in dette file, ma si ripetono costantemente i numeri 8-10-12, ai quali si aggiunge, costantemente, una pro¬ porzione di spighe a granelli confusi, cioè senza file discernibili. Quindi i caratteri 8 file, 10 file e 12 file, devono dipendere da fattori, o da gruppi di fattori, indipendenti fra di loro.

2. La presenza costante di spighe senza file distinte, e che restano negli incroci senza fondersi, fa pensare alla esistenza di un fattore determinante le file del granturco, mancando il quale, nella formula dello zigote non si producono file distinte nella spiga.

3. Il fattore determinante le file deve essere probabilmente

48

incatenato (linked) con i fattori determinanti il numero e la forza di concatenazione (cross- overing), e deve variare col variare dei fattori. E, poiché il fattore 8 file è chiaramente dominante sugli altri 10, 12 file, la proporzione tra i fattori accoppiati e quelli non accoppiati negli incroci, pare corrisponda al rapporto 1 : x ; per cui, nelle generazioni che si scindono, i zigoti, aventi i due caratteri, corrispondono alla formula:

3 X2 + (2 x + 1)

(2 x + 2 )2

numero dei zigoti totali e cioè al 66% di questi, noi vediamo effettivamente come a questo numero teorico si avvicinino alcuni discendenti di spighe ad 8 file coltivati nel 1922 e precisamente i discendenti della spiga n. 61 col 68, 85%, della spiga n. 80 col 59, 15%, della spiga n. 71 col 60, 86% mentre in qualche altro caso la discendenza viene a corrispondere alla somma delle altre combinazioni e cioè al 34%: tali sono i discendenti della spiga n. 5 col 40,90% e della spiga n. 63 col 33, 33%: nelle discendenze delle spighe ad 8 file non si scorgono altre com¬ binazioni.

In conclusione resta da accertarsi, mediante le successive generazioni degli incroci, le seguenti ipotesi che possono for¬ mularsi fin da ora:

1. Che nella razza del granturco presa in esame esistono tre fattori corrispondenti rispettivamente ai caratteri: 8, 10, 12 file di granelli.

2. Che esiste un fattore determinante le file di granelli.

3. Che il carattere 8 file è dominante rispetto agli altri due.

4. Che la forma di concatenamento (“linkage „) del carat¬ tere numero delle file ed " 8 file è maggiore che nel caso dei caratteri 10 file e 12 file.

Di un nuovo ospitatone della cercaria del- I’ Echinostomum secundum Nicoll 1906 : Mytilus galloprovincialis Lamk.

del sodo

Dott. Attuto Palombi.

(Tornata del 16 dicembre 1923)

Nel luglio di quest'anno, esaminando, per alcuni studi sulle cercarie palleali dei Mitili, alcuni esemplari di Mytilus gallo-pro- vincialis Lamk. provenienti dal Golfo di Napoli, mi capitò di osservare nel piede, una cercaria incistidata, che, per le sue caratteristiche anatomiche, mi fu facile assegnare al genere Echi - nostomum.

Per primo Lebour in una nota preventiva pubblicata nel 1904 9 richiamò l'attenzione degli studiosi su tale cercaria rinve¬ nuta incistidata nel piede di Cardiutn edule a Budle (Northumber- land). Più dettagliate notizie furono in seguito date dal Nicoll ['906] 2) e dal Lebour stesso ; si potette così stabilire che più ampia diffusione deve essere attribuita a tale cercaria, potendo essa infettare oltre al Cardiutn , come ebbe a confermare Nicoll, anche altri molluschi. Fu riscontrata infatti [Lebour '905 ] 3) in Mya arenaria1 Macotna baltica) Tapes pullastra ; e ancora, [Nicoll] in Mactra stultorum e Mytilus edulis . Fra gli organi

9 Lebour, M. V. A preliminary note on a Trematode parasite in Cardium edule. Northumberland Sea Fish. Rep. for 1904, p. 82.

2) Nicoll, W. Notes on Trematode Parasites of thè Cockle and Mus- sel. Ann. Mag. Nat. Hist. (7). Voi. 17. London 1906, p. 152.

3) Lebour, M. V. Notes on Northumbrian Trematodes. Northumberland Sea Fish. Rep. for 1905, p. 100.

50

infestati da tale cercaria, oltre al piede, bisogna aggiungere, per il Mytilus, il fegato e per il Cardium , l'orlo del mantello.

Come ho accennato, il solo piede dei Mytilus galloprovin- cialis da me esaminati, ho trovato infetto, mentre il fegato era completamente esente da cisti. La presenza del parassita mi fu rivelato dallo stato anormale della superficie di tale organo che, a differenza di quella degli altri, liscia, mostrava grinze ed era di di¬ mensioni maggiori dell'ordinario. Nella dissociazione dei tessuti, ritrovai che tale stato particolare era dovuto ad una cercaria incistidata. Per rottura della parete della cisti, la cercaria mi apparve in tutta la sua estensione ; non esitai ad identificarla con la cercaria descritta dal Nicoll ['906] sotto il nome di Echinosto- mum secundum.

Il ciclo biologico di tale trematode, per quanto si conosce, si compie come segue: il primo ospitatore, secondo il Lebour ['908], si può ritenere la Littorina littorea. Nel fegato di questo mollusco infatti Lebour credeva ['905, '906] di aver trovato il primo stadio dello sviluppo dell 'Echinostomum secundum : 9 la conferma di quanto egli asseriva, potette essere data solo nel 1908 dopo i risultati sperimentali da Lui eseguiti nel Labora¬ torio marino di Dove, Cullercoats 1 2). Nella Littorina il trematode attraversa lo stadio di redia ; gli stadi anteriori, miracidio e spo- rocisti, sono ancora sconosciuti ; un esame più accurato della Littorina eseguito anche in diverse epoche dell'anno, potrebbe dare migliori risultati. Nell'interno della redia si sviluppano le cercarie fornite di una lunga coda (questo carattere, assieme a quello delle glandole cistogene, distingue questo stadio della cercaria da quello che si ritrova nel piede del Mitilo). Per rottura della parete della redia, le cercarie escono fuori e, nuotando, vanno in cerca di un secondo ospitatore intermedio ove passano lo stadio di incistidamento.

Il parassita adulto 3), rinvenuto in stadi differenti di sviluppo,

1) Lebour, M. V. The Mussel Beds of Northumberland. Sea Fisti. Rep. for 1906.

2) A contribution to thè Life - History of Echinostomum secun¬ dum Nicoll. Parasitology, Voi. 1. Cambridge, 1909, p. 352.

3) Nicoll, W. Some new and little-known Trematodes. Ann. Mag. Nat. Hist. (7). Voi. 17. London 1906, p. 515.

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da forme molto giovani, ad individui a completo sviluppo, è stato trovato nell' intestino di diversi uccelli \ Haematopus ostrilegus, Larus ridibutidus e Larus argentatus. Questo palmipede è raro ed accidentale in Italia; è comunissimo invece nel Golfo di Napoli il Larus argentatus cachinnans [Arrig. degli Oddi '902] *).

E' logico quindi pensare che questo possa essere l'ospitatore definitivo insieme con X Haematopus ostrilegus ed il Larus ri- dibundus della cercaria (E chino sto munì secundum) del Mytilus gallo-provincialis.

Ritengo inutile aggiungere la descrizione della cercaria in- cistidata, corrispondente, come ho più su accennato, a quella data dal Nicoll ['906] e Lebour ['908, '911]1 2).

Coll'aggiunta del nuovo ospitatore, Mytilus gallo provinciali, la specie, Echinostomum secundum , viene ad avere una più ampia diffusione geografica, fino ad oggi infatti la cercaria era stata trovata solo nei molluschi dei mari settentrionali.

Per uno sguardo sintetico sul ciclo biologico, potrà bene servire il seguente specchietto:

Miracidio? Sporocisti ? Redia in Littorina littorea

Cardium edule Mya arenaria Macoma baltica Tapes pullastra Mac tra stultorum Mytilus edulis Mytil. galloprovincialis

Cercaria

1>

Haematopus ostrilegus Larus ridibundus Larus argentatus Larus argentatus cachinnans?

Adulto

Napoli, Istituto Zoologico, ottobre 1923.

1) Arrigoni degli Oddi, E. Manuale di Ornitologia Italiana. Elenco degli Uccelli stazionari o di passaggio finora osservati in Italia. Milano 1904, p. 819.

2) Lebour, M. V. A review of thè British Marine Cercariae. Parasito- logy. Voi. 4. Cambridge, 1911, p. 444,

Sulla trasformazione del Nichel nell’intor¬ no del punto di Curie.

Nota

del socio

ProL Washington Del Regno.

(Tornata del 16 dicembre 1923)

Le esperienze di P. Curie (1895) sullo stato paramagnetico delle sostanze, poco contributo portano alla conoscenza del com¬ portamento del nichel neirintorno del punto di Curie: da tali ricerche in effetti si rileva solamente che la temperatura di tra¬ sformazione magnetica è pel nichel prossima a 349° e che tra 373o ed 806° il coefficiente di magnetizzazione è indipendente dalla intensità del campo. Solo più tardi (1908) Weiss ed i suoi allievi iniziarono lo studio sistematico delle proprietà di questo metallo indicando per la prima volta la esistenza di una trasfor¬ mazione neirintorno del punto di Curie e scoprendo un nuovo effetto, massimo appunto neirintorno di questo punto, cioè l'ef¬ fetto magneto- calorico. Le prime esperienze del Weiss e del Beck j) ebbero il solo scopo di determinare calorimetricamente la temperatura del punto di Curie, definito come quello al quale corrisponde la perdita del ferromagnetismo spontaneo : le esperienze portarono al risultato che i valori della temperatura del punto di Curie, ottenuti per via magnetica e per via calo¬ metrica, coincidono (376°), e la grandezza della discontinuità nel valore del calore specifico al punto di Curie è la stessa di quella che si calcola in base all'ipotesi del campo molecolare.

*) Weiss e Beck. Journal de physique,\.W%.

53

Le esperienze successive (1911) eseguite con lo stesso me¬ todo impiegato dal Curie 9 portarono a stabilire resistenza di una trasformazione oltre il punto di Curie : qualora si portino i va¬ lori di a come ordinate e quelli della temperatura come ascisse si ottiene una retta che taglia l'asse delle temperature in corri¬ spondenza alla temperatura di 364° che, per rappresentare il punto di Curie, si trova ad essere alquanto, sebbene di poco, diversa da quella precedentemente trovata. Questo segmento però non si estende che solo fino a 412°, intervallo assai breve nel quale la costante di Curie ha il valore di circa 0,0066: al disopra della temperatura di 412° l'andamento è nuovamente rettilineo e si estende fino alla temperatura di 870° ed ancora oltre, come ri¬ sulta da recentissime esperienze, con una costante di Curie leg¬ germente più piccola ed uguale a 0,0055 che caratterizzerebbe il vero stato paramagnetico del nichel.

Questa zona di trasformazione è messa in evidenza anche dalle ricerche successive fatte con un metodo diverso da quello di Curie. Determinando le isoterme magnetiche, intensità del campo intensità di magnetizzazione, si ha la temperatura cor¬ rispondente alla perdita del ferromagnetismo spontaneo: da queste ricerche risulta come punto di Curie la temperatura di 356°, 5 che è diversa dalla precedente ma solo di pochi gradi e quindi può considerarsi in accordo a quella determinata con le prece¬ denti esperienze. Non così per la grandezza dell’intervallo di tra¬ sformazione: tracciando difatti i diagrammi, temperatura intensità del campo, in corrispondenza allo stesso valore del coefficiente di magnetizzazione a si ha una relazione lineare, ma al crescere della temperatura, per un certo valore di questa, variabile ma di poco con o, si ha una variazione del gradiente pur mantenendosi la legge sempre lineare: secondo queste ricerche la zona di trasfor¬ mazione sarebbe compresa fra 356°, 5 e 373° cioè avrebbe grandezza di solo 18° invece dei 48° dati dalle esperienze precedenti.

Le ultime ricerche del Weiss e del Piccard 2) fatte sul¬ l'argomento si riferiscono allo studio dell'effetto magneto calorico esteso anche al disotto della temperatura del punto di Curie:

9 Weiss e Foex. Journal de physique, 1911, pp. 270, 744 e 805. 2) Weiss. Journal de physique , Giugno 1921, p. 161.

esse danno un diagramma completo fra e 500° dal quale si rileva che il detto fenomeno ha un valore notevole in una re¬ gione che comprende il punto di Curie e abbastanza estesa dall'una e dall'altra parte di detto punto, che in queste esperienze risulta a 350°, con un valore massimo dell'aumento di temperatura che supera il grado in un campo di 23000 gauss.

Dalle precedenti esperienze risulta dunque un buon accordo solo per la temperatura del punto di Curie che può ritenersi compresa nell'intervallo 356°-376° C.

In quanto alla grandezza della zona di trasformazione è da osservare che mentre le prime esperienze del Weiss e del Beck, che si riportano nel seguente specchietto, mostrano che prima del salto brusco nel valore del calore specifico

Calori specifici

Temperature

00_i70

170 _ 1230,7

1230.7 197°,7

1970.7 247°, 7 247°, 7 295°, 7 295°, 0 318o,3 3180,3 3500,0 350°, 0 361 °,0 361°,0 375o,6 375°, 6 400°, 0 400°, 0 423°, 0

0,0977

0,1124

0.1195

0.1316

0,1343

0,1457

0,1457

0,1491

0,1527

0,1259

0,1297

si ha una zona nella quale il calore specifico resta costante (zona che non può essere se non una zona di trasformazione), le espe¬ rienze successive, per quanto discordanti sulla grandezza dell'in¬ tervallo, mettono in evidenza un'altra zona di trasformazione oltrepassato il punto di Curie.

Il sospetto che si tratti di un'unica trasformazione che abbia quindi luogo in un intervallo di temperatura esteso, perchè com¬ preso fra i limiti di 300o-400o C., è avvalorata, a me pare, dalle misure ultime già citate sull'effetto magneto calorico, fenomeno che mostra una variazione notevole appunto nell'intervallo di tem¬ peratura 3000-400° C. mentre negli intervalli di temperatura adiacenti l'effetto è tanto piccolo da potersi quasi ritenere nullo.

- 55

Ad una netta conferma di questa ipotesi conducono le mie esperienze sulla tensione limite effettiva del nichel, in un' inter¬ vallo di temperatura che si estende dalla temperatura ambiente a quella di 500°, e della dilatazione elastica totale nello stesso in¬ tervallo di temperatura l). Da queste esperienze risulta, come si rileva del diagramma in alto della figura, un doppio andamento

della legge di variazione della tensione limite effettiva prima e dopo del punto di Curie, doppio andamento che caratterizzereb¬ be i due stati del nichel, il ferromagnetico (stato a) ed il para- magnetico (stato (3), separati da un intervallo compreso fra 300° e 400° nel quale si ha una piccolissima diminuzione della ten¬ sione limite effettiva, mentre prima e dopo di questa tempera¬ tura si hanno variazioni notevolmente maggiori.

Inoltre, come si rileva dalla tabella che segue, alla tempe¬ ratura di 300° si ha un valore della dilatazione elastica quasi uguale a quello che si ha alla temperatura di 400°, mentre an¬ che in questo caso, in due uguali intervalli di temperatura adia¬ centi a quello considerato , si hanno fortissime variazioni della detta dilatazione.

4) Del Regno. Rendiconto della R. Accademia dei Lincei. Voi. XXXI, serie 5*, semestre, fase. II, 1922.

Id. id. semestre, fase. V-Vl, 1922.

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Tempe¬

ratura

Diametro

(d)

Contrazione

Ad

Dilatazione elastica

Coefficiente di POISSON Ad d

lineare

AL

cubica

AV

d

AL

L

L

V

150

mm. 0, 51

0.129

0.355

0.099

0.36

1000

n

0.112

0.304

0.085

0.36

2000

«

0.099

0.276

0.077

0.36

3000

))

0.083

0.210

0.046

0.39

4000

;;

0.080

0.205

0.045

0.39

5000

V

0.043

0.108

0.024

0.39

Riassumendo: le numerose esperienze eseguite con metodi diversi per la determinazione del punto di Curie e deH'intervallo della trasformazione che sta a rappresentare Tintervallo di tem¬ peratura nel quale ha luogo il passaggio dallo stato a allo stato (3 pel nichel, portano ad una temperatura del punto di Curie compresa fra 356° e 376° e ad ammettere resistenza di una trasformazione , assai lenta , che si estende dai 300° ai 400° e che comprende il detto punto.

Napoli. Istituto di fisica sperimentale della R. Università.

I Crateri dell’Isola di Procida.

Nota preliminare del socio

Antonio Parascandola*

(Tornata del 20 gennaio 1924)

In seguito a mie ricerche sull' isola flegrea di Procida, ana¬ logamente a quanto è stato fatto per altri centri eruttivi dei Campi Flegrei specialmente dal De Lorenzo, ho potuto stabilire che in quest'isola esistono, oltre il cratere di Vivara, almeno quattro distinti avanzi di altri crateri, due dei quali già cono¬ sciuti da quelli che incidentalmente si occuparono di Procida. Gli altri due, almeno per quanto mi è noto , sono fino ad ora sconosciuti. I due primi sono: il cratere di " Socciaro com¬ preso tra la punta omonima e quella di Pizzaco , e T altro è quello contiguo al cratere di Socciaro, rappresentato dalla inse¬ natura chiamata la 11 Chiaia w.

Gli altri due poi da me rilevati sarebbero il cratere della " Terra Murata che io chiamo così perchè sulla sua cima si trova la contrada detta Terra Murata e l'altro sarebbe quello del Pozzovecchio ad ovest di Procida.

A quanto pare, si considera tutta la insenatura che va da Punta Pizzaco a Punta dei Monaci come derivante da un unico cratere; la quale cosa non è esatta, essendo questa inse¬ natura formatasi coll' intervento del cratere della Terra Murata che con parte del suo edifizio forma il lato nord-est della in¬ senatura suddetta. Non si può dire che la Punta dei Monaci e la Punta Pizzaco siano parti di un sol cratere, perchè la prima mostra ben distinta, negli strati di tufo giallo e bigio, la qua- quaversale esterna del cratere della Terra Murata che non può equivocarsi con la quaquaversale interna della Chiaia

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E ciò sarebbe confermato da una prima superficiale osser¬ vazione degli strati di tufo bigio e da una seconda più ac¬ curata osservazione degli strati di tufo giallo. Sembra strano che tale carattere del lato ovest della '* Terra Murata non si sia notato; per cui, a mio modesto parere, ciò soltanto sarebbe do¬ vuto bastare per concludere sulla esistenza di un altro centro erut¬ tivo oltre quelli già ricordati. In realtà però tutto Tedifizio costi¬ tuente il cratere della Terra Murata non si presta ad un facile riconoscimento per l'avanzata degradazione del cono craterico.

De Lorenzo e Riva 1), riportando la descrizione di Abich del cratere di Vivara, riferiscono, a proposito delle brecce di questo cratere: "di simili brecce se ne trovano all’interno del cratere di Procida (punta della Lingua),,.

Gli Autori citati 2), parlando degli strati di tufo su cui si erge il castello di Procida o Terra Murata, non li considerano come derivanti da un cono craterico.

Non è chiaro nella descrizione di Abich di quale interno di cratere s’intenda parlare; la Breccia della Lingua è piuttosto verso 1' esterno, almeno che non si voglia considerare l’ interno del cratere sito dove ora è il canale , oppure tra lo Scoglio di Sant’Anna e la Punta della Lingua le quali cose non sono cor¬ rispondenti ai fatti da me osservati.

Restava dunque a vedere se tutti i materiali costituenti il castello di Procida o Terra Murata spettassero a diversi centri eruttivi o ad uno solo o se del tutto fossero di provenienza dubbia.

Ho potuto invece constatare che tutti questi materiali appar¬ tengono ad un cono craterico, di cui ora non ne resta che un rudero, che apriva la sua bocca fra Punta dei Monaci e Scoglio di Sant'Anna dove ora è mare profondo. Del cratere propriamente detto non esistono tracce essendo stato tutto coll'altra metà del cono distrutto dal mare.

La parte di cono ora esistente è compresa tra la Punta dei Monaci e quella della Lingua.

h De Lorenzo, G. e Riva, C. Il Cratere di Vivara nelle Isole Flegree. Atti R. Acc. Se. Fisiche e Matematiche, voi. 10, p. 5. Napoli, 1901.

2) Op. cit. p. 44.

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Il cratere della " Terra Murata si troverebbe in condizioni analoghe a quelle della penisoletta di Santa Margherita qualora questa avesse perduta l'isola di Vivara, che mostra così bene l'apertura craterica ed invita ad un facile riconoscimento. Difatti se non esistesse l'isola di Vivara forse fino ad ora si ignore¬ rebbe 1'esistenza di un centro eruttivo in quel luogo, poiché la penisoletta di Santa Margherita non sarebbe forse stata in con¬ dizioni tanto privilegiate da potersi far subito riconoscere come parte costituente di un centro eruttivo. Si troverebbe tale col¬ linetta in condizioni di riconoscimento forse più disagiate del cratere della "Terra Murata,,.

Il cratere Vivara è da considerarsi come uno dei crateri costituenti l'isola di Procida, perchè disgiunta l'isola di Vivara da Santa Margherita, prevalentemente per cause esogene, a questa virtualmente si riattacca e per essa all' isola di Procida a cui è legata, come fa rilevare qualche storico di Procida, da un istmo sabbioso.

Faccio notare che questa espressione può far pensare ad un eventuale acquisto che l'isola di Procida avesse fatto in se¬ guito ad un accumulo di sabbia. Invece l'istmo è prodotto dalle propaggini di Socciaro e da quelle di Santa Margherita, i cui edifizi vulcanici precedentemente avevano ben altra estensione, e la degradazione ha ridotto in sabbie le rocce preesistenti.

Mi sono occupato di tutti i quattro crateri citati, ma in particolare modo di quello della "Terra Murata,, per le ragioni suddette.

Per tali mie ricerche le lave nere scoriacee che si incontrano alla Punta della Lingua, alla spiaggia di Pioppeto e del Pozzo¬ vecchio e quelle bigie del Cottimo deriverebbero dai crateri da me individuati. Anzi queste lave non avrebbero alcun legame con quelle che si trovano a sud e ad ovest del Monte di Pro¬ cida, le quali spettano a due distinti crateri che pure mi è stato possibile riconoscere; quello di " Miliscola che io chiamo così perchè apre la sua bocca a sud-est dov' è la spiaggia omonima e quello sito ad ovest che è tra San Martino e la punta che, precede Torregaveta.

Tra le lave dell' isola di Procida, al cratere di Socciaro, in uno scavo fatto nella località detta " Centane ho riscontrato la

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presenza di una lava, probabilmente trachiandesitica, che fino ad ora in detta località, per quanto io sappia, non è stata da altri rinvenuta.

Tutte le mie osservazioni sono poggiate su documenti stra¬ tigrafici e litologici.

L'accurato storico di Procida, Michele Parascandolo q ri¬ porta come crateri l' insenatura della Chiaiolella * 2) a sud di Pro¬ cida e quella della Chiaia dell' Asino 3) che trovasi ad est del- l' isola tra la Punta della Lingua e lo scoglio di Sant'Anna.

10 ho escluso tali crateri perchè dovuti ambedue a cause diverse e non a centri eruttivi.

11 risultato completo del mio modesto studio pubblicherò non appena mi sarà possibile avere altri elementi.

4) Parascandolo, M. Procida dalle origini ai tempi nostri. Benevento 1893. L. De Martino Edit.

2) Op. cit. p. 13 e 16.

3) Op. cit p. 14 n. 5.

Note sulla biologia dell’ostrica ( Ostrea edulis L).

3, Le ostriche del Lago Fusaro

del socio

Prof. Giuseppe Mazzarelli

(Tornata del 13 agosto 1922)

Le ostriche che vivono nel lago Fusaro sono state solita¬ mente considerate dai pratici come costituenti una particolare varietà locale, distinguentesi per alcuni evidenti caratteri dalle altre varietà ben note di Ostrea edulis L. l). Pur sapendosi che in origine queste ostriche provennero da Taranto, per averle di importate verso il 1780 il Trentanella per ordine di Re Fer¬ dinando I di Borbone 2), e che quindi esse dovevano apparte¬ nere alla var. lamellosa Auct., che è quella appunto alla quale appartengono le ostriche tarantine, si è dovuto credere che esse, subendo Y influenza del nuovo ambiente in cui erano state co¬ strette a vivere, e in cui si erano riprodotte, mercè nuovi ca-

0 Come già nelle precedenti mie note continuo a considerare la nostra ostrica indigena come appartenente ad un'unica specie, cioè all' Ostrea edulis L., non credendo possibile con la sola guida della conchiliologia di dar valore di " specie alle svariate forme descritte come tali da diversi Autori. Alcuni di tali "specie,, devono tuttavia considerarsi se non altro come varietà quando ben netti sono i caratteri conchiliologici di esse. Tale è il caso, conformemente del resto all’opinione del Carazzi ( Ostricoltura e Mitilicoltura, Milano, Hoe- pli, 1893, p. 9-10), dell’O. lamellosa Auct. (che corrisponde alFO. tarentina Issel) e dell'O. adriatica Lam. (corrispondente alla var. venetiana Issel). Alla prima ritengo, anche col Carazzi, che debba riferirsi altresì YO. tyrrhena, per la quale non mi pare che si abbiano ancora ragioni sufficienti per farne, non¬ ché una specie, nemmeno una distinta varietà.

2) Costa O. G. Del Fusaro. Napoli, 1860.

62

ratteri acquisiti (come suole credersi) per adattamento alle nuove condizioni di esistenza, avessero gradatamente acquistata una nuova facies.

Questo comune concetto pareva avvalorato anche dagli Autori, i quali, da Oronzo Gabriele Costa i) al Carazzi 2); dichiarano r "ostrica del Fusaro distinguibile da tutte le altre ostriche per avere il guscio ricoperto da una sorta di patina nera, ed avere anche il mantello più scuro (Carazzi), oltre al noto carattere della considerevole concavità della sua valva inferiore (ostriche gibbose „). Poco più di mezzo secolo di permanenza nel nuovo ambiente sarebbe stato quindi sufficiente a differenziare una nuova varietà locale, perchè a peculiari caratteri dell'ostrica del Fusaro accenna già il citato Costa sin dal 1849 1 2 3). D'altra parte, pur sapendosi che vi erano stati periodi in cui le ostriche erano quasi scomparse dal detto lago 4), e si era stati costretti a im¬ portarne nuovamente da Taranto, come avvenne nel 1870, si ri¬ teneva per fermo, non so in base a quali prove, che le nuove immesse non erano attecchite, anzi erano morte per la maggior parte, e che invece le ostriche della varietà locale superstiti non essendo ammissibile che proprio tutte fossero state distrutte, il che è certamente giusto avuto un periodo favorevole al loro sviluppo, si fossero di bel nuovo intensamente propagate, da ripopolare nuovamente il lago con la loro genuina discendenza5).

1) Op. cit.

2) Op. cit.

3) Op. cit. Questa memoria porta la data del 1860, ma venne scritta nel 1849, come dichiara lo stesso A.

4) Costa A . La pesca nel golfo di Napoli : Atti R. Ist. Incoraggiamento. Napoli, voi. 7, ser. % 1871.

5) Sia o non sia vera la cennata diceria merita di essere menzionato il co¬ lossale bluff degli affittuari del tempo, che, con promessa di uno speciale pre¬ mio da parte del Ministero di Agricoltura, si impegnarono a ripopolare di ostriche il Fusaro in soli tre anni, pur essendo questo lago, come si affermava, restato privo affatto di tali molluschi. Essi invero depositarono dap¬ pertutto nel lago, sulle " rocchie „, sulle pietre del fondo, sul fondo stesso, al momento opportuno, grandi quantità di ostriche di ogni età, fatte venire appositamente da Taranto (allora costavano pochissimo), e così mediante queste ostriche, che non erano nate nel Fusaro, conseguirono, anche prima del tempo stabilito, e in seguito a parere tecnico (!), il premio promesso!

Poco persuaso del valore dei caratteri distintivi attribuiti alle ostriche del Fusaro, mi proposi di farne oggetto di attento

Fig. 1. Ostrica del Fusaro, vista dalla valva inferiore, appartenente alla var. lamellosa (lamelle larghe), fissatasi sulle pietre della banchina nella produzione del 1918, ed al¬ levata nei « quadrati di fondo » (medesimo esemplare della fig. 5).

esame, valendomi del copiosissimo materiale che offrivano le pesche quotidiane eseguite a scopo commerciale nel detto lago dall'Azienda demaniale, la cui direzione tecnica mi era stata af-

Ciò non vuol dire per altro che il ripopolamento, più tardi però, naturalmente, non sia avvenuto negli anni successivi. Ma anche allora si ebbe un nuovo bluff. Avendo nel 1895 i medesimi fittuari bisogno di dimostrare, ad evitare un falli¬ mento, di avere grandi capitali, che sarebbero stati rappresentati dal prodotto ostreicolo del lago Fusaro, in seguito a perizia, in cui la buona fede del Costa Achille fu evidentemente sorpresa, giunsero a provare di avere nel lago in quell'anno oltre tre milioni e mezzo di ostriche, di cui più di un milione e duecentomila commerciabili ! E queste cifre paradossali (stante gl’ insufficienti metodi di coltura allora adoperati) essi potettero ottenere moltiplicando p. es. il numero delle ostriche rinvenuto su di una delle pietre costituenti le rocchie e certo di una delle più affollate per tutte le pietre che si presumevano co¬ stituire tutte le rocchie, e così di seguito, per le pietre del fondo, quelle della banchina, ecc. ecc. ! (Cfr. Costa Achille, La produzione del lago Fusaro : Atti R. Ist. Incoraggiamento, voi. 9, ser. 4», Napoli, 1896).

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fidata dallo Stato sin dall'ottobre del 1918 i); ed ecco i risultati a cui sono pervenuto:

1. Patina nera delle valve e color nero del mantello. Tutte le ostriche del Fusaro, specialmente se di fondo, mostrano una tale patina nera, ed effettivamente si può dire che essa patina è caratteristica di tali ostriche, da poterle far riconoscere con grande probabilità. È vero che anche le ostriche reali che si pescano a mare a Torre Gaveta in quantità trascu¬ rabili del resto possono mostrare una simile tinta; ma questa nelle ostriche del Fusaro è, di solito, molto più intensa, e riveste completamente le valve. Tuttavia non è questo un carattere pe¬ culiare delle ostriche che nascono nel Fusaro: qualunque ostrica, di qualsiasi provenienza, immersa nelle acque di questo lago dopo alcuni mesi si mostra anch'essa completamente nera. Così è avvenuto anche di ostriche esotiche immesse, per accli¬ matarle, nel lago stesso, come l' ostrica portoghese. ( Gryphaea annidata ), introdottavi forse venti anni fa, e che non sembra si sia riprodotta, i cui pochi individui superstiti, vec¬ chissimi, che si pescano ancora, sono completamente neri, e di un'ostrica perlifera ( Meleagrina radiata ), introdotta in pochi esem¬ plari nello scorso aprile, i quali esemplari mentre avevano il loro guscio di color bianco-calce 1' hanno ora interamente nero. Egualmente, come ben può immaginarsi, le ostriche tarantine o venete diventano quindi in breve tempo nere al pari di quelle nate nel lago. Quanto al color nero del mantello, non sempre accentuato, esso appare, nel medesimo modo della patina nera sulla conchiglia, sulle ostriche che vivono da qualche tempo nel Fusaro, vi siano o non vi siano nate 2).

2. Concavità della valva inferiore. La concavità della valva inferiore, alle volte considerevolissima, non ha alcuna importanza come segno di riconoscimento delle ostriche

9 Mazzarelli G. Notizie sul lago Fusaro : Atti R. Ist. Incoraggiamento. Voi. 73 (ser. 7*) Napoli 1921, p. 155-198.

2) Quale sia la causa di questo color nero, che riveste anche i gusci vuoti giacenti nel fondo, e si osserva perfino attorno alla colonna vertebrale delle tri¬ glie ( Mullus ) viventi nel lago, come ho già notato altrove (cfr. op. cit.), non è possibile dire per ora.

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del Fusaro, e tanto meno come carattere di varietà o " razza „. Nello stesso lago secondo il genere di coltura predomina la for¬ ma " gibbosa ovvero quella appiattita, come già ho potuto pre¬ cedentemente dimostrare l). La forma gibbosa predomina ne¬ gli allevamenti di fondo (fig. 1), quella appiattita negli alleva¬ menti eseguiti a mezz'acqua, sia sugli 11 zipoli lavorati a per- golaro secondo il metodo tarantino, sia nelle cassette adoperate col metodo francese (donde il nome de " huìtres plates dato in Francia alle ostriche indigene, in opposizione alle ostriche portoghesi che hanno la valva inferiore molto concava). Sulle " rocchie 2), che si sollevano dal fondo per terminare a un metro circa, in media, sotto il livello dell'acqua, la forma gib¬ bosa si osserva anche ; ma in generale non così considerevole come la si rinviene fra le ostriche di fondo, sia nate liberamente qua e su corpi solidi di varia natura, sia poste ad allevare nei così detti quadrati di fondo A parità di età le ostriche poste ad allevare sul fondo si sono mostrate in generale più gibbose delle ostriche rimaste aderenti alle pietre delle rocchie

Ma la gibbosità delle ostriche del Fusaro, a parte, sino a un certo punto per altro, la ubicazione di esse nel lago, dipende altresì da un altro fattore : la loro origine. Infatti queste ostriche non provengono soltanto, come è comune credenza, dalle ostriche di Taranto, che, come si è già accennato, appartengono alla var. la- mellosa dell ’Ostrea edulis , ma anche da quelle dell'alto Adria¬ tico, delle lagune venete particolarmente, le quali invece appar¬ tengono alla var. adriatica 3).

Ora le ostriche di quest'ultima varietà hanno, fra gli altri ca¬ ratteri, quello di una maggiore concavità della valva inferiore, sono cioè generalmente gibbose: ne consegue che le ostriche di origine adriatica che si rinvengono nel lago Fusaro, hanno, in via generale, e a parità di ubicazione, la concavità della valva inferiore maggiore

ù Mazzarelli G. Op. cit.

2) Per la nomenclatura ostreicola relativa al Fusaro, cfr. Mazzarelli, op. cit.

3) Il Praus ( Elenco delle conchiglie del golfo di Napoli, ecc. : Annuario Mus. zool. Univ. Napoli, [n. s.] voi. 4] n. 11-1914) fra i vari esemplari di ostrica provenienti dal Fusaro non ne cita alcuno appartenente alla var. adriatica.

di quella delle ostriche di origine tarantina, sono cioè di que- st'ultime maggiormente gibbose.

Si può dunque conchiudere che la patina nera, la più o meno forte concavità della valva inferiore sono caratteri mor¬ fologici, da potere con la loro concomitanza individuare una data varietà o “razza locale dell’ Ostrea edulis, quale dovrebbe

Fig. 2. Ostrica del Fusaro, vista dalla valva inferiore, appartenente alla var. lamellosa (lamelle strette), fissatasi su di una «rocchia» nella produzione del 1920, e alle¬ vata nei « quadrati di fondo » (gr. n.).

essere in tal caso Y ostrica del Fusaro „, ma sono semplicemente l'espressione di un aspetto che può assumere qualsiasi ostrica che sia posta a vivere in determinate condizioni ambientali, quali sono quelle del lago Fusaro, per quanto concerne la formazione della patina nera che riveste le valve, e in differenti condizioni statiche (se sul fondo o sospese a mezz'acqua) nei riguardi del mezzo ambiente.

Ho detto poc'anzi che le ostriche del lago Fusaro proven¬ gono anche da ostriche dell' alto Adriatico ivi importate. Infatti mi consta, da informazioni assunte, che tale importazione si è verificata a più riprese durante l'ultimo periodo di fidanza del

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lago, sin verso il 1916 o 1917. Ed invero per i peculiari caratteri inerenti alla loro gibbosità le ostriche della varietà adriatica , che poi sono anche ostriche di fondo, si prestano meglio delle altre agli allevamenti che si praticano al Fusaro !). Dal copiosissimo materiale di ostriche di questo lago che ho potuto esaminare mi risulta che le ostriche della var. adriatica costituiscono forse il 25° lo, se non più, di tutte le ostriche del Fusaro, appartenendo le ri-

- Fig. 3. Ostrica del Fusaro, vista dalla valva inferiore, appartenente alla var. adria¬ tica, fissatasi su di un guscio vuoto di Modiola barbata nella produzione del 1920 (gr. n.).

manenti alla var. latnellosa (fig. 3 e 4) di origine tarantina (e in pic¬ cola parte forse anche tunisina, perchè pare che, quando furono im¬ messe nel Fusaro delle ostriche portoghesi, e cioè, come s'è detto, della specie Gryphaea angulata, vi siano state immesse anche delle ostriche provenienti da allevamenti praticati in Tunisia, ostriche

9 Beninteso che l'affittuario del tempo, il quale non eseguiva più colti¬ vazioni di ostriche, agiva alla cieca, e al solo scopo di tenere in deposito per la vendita una maggior quantità di ostriche, che, scarseggiando al Fusaro, egli, specialmente per il Natale, faceva venire da Venezia come da Taranto.

per altro simili a quelle tarantine, per appartenere anch’esse alla var. lamellosa dell ’Ostrea edulis 1). Fra le ostriche adriatiche che si pescano al Fusaro si trovano ancora dei vecchi esemplari, di almeno cinque o sei anni di età, importati direttamente da Ve¬ nezia; ma la grande massa di ostriche adriatiche più giovani è costituita evidentemente dalla discendenza di tali riproduttori. Esse sono riconoscibili a prima vista per le note caratteristiche coste che s' irradiano a partire dal cardine verso la periferia, di¬ stinguendosi così nettamente dalle altre di origine tarantina, che, per la maggior parte, presentano una evidente struttura lamellare. S'intende che le coste e la struttura lamellare a cui s'è accennato riguardano soltanto la superficie della valva inferiore (morfolo¬ gicamente cioè quella di sinistra), chè la valva superiore (di de¬ stra) è, in entrambe le varietà, sempre finamente lamellare.

Queste ostriche adriatiche poi, oltre all'avere, come si è no¬ tato, la valva inferiore quasi sempre molto concava, presentano di frequente, non sempre, massime se adulte, ai lati del cardine un'espansione auriculare simile a quella che si osserva nel gen. Pecten (fig. 4).

Non v'ha alcun dubbio, in verità, che le ostriche adriatiche si siano riprodotte e propagate nel Fusaro, dove pare si siano cominciate a introdurre verso il 1913 mediante qualche migliaia di giovani esemplari (ostrichine di 3-5 cm.), risultanti dallo scarto delle ostriche commerciabili che venivano ritirate da Venezia. In¬ fatti, mentre, come si è detto, si rinvengono ancora sul fondo del lago dei vecchi esemplari di tale varietà, nati evidentemente nelle

A) Non ho osservato al Fusaro, nel lago, la presenza della così detta Ostrica reale, cioè dell' ostrica indigena del Tirreno (per alcuni rappresentante di una speciale varietà tyrrhena ), che nasce spontaneamente lungo le scogliere littorali del golfo di Napoli e di quelle fuori di esso, e che ho invece rinve¬ nuta nel lago Lucrino (dove per altro da grandissimo tempo non si esercita più l'ostricoltura). Del resto essa é talmente somigliante all'ostrica tarantina che, al caso, annerita, e con la valva inferiore concava, riescirebbe difficile ri¬ conoscerla. D’altra parte ho veduto a Pozzuoli piccoli allevamenti di ostriche reali, eseguiti con grande amore dall’avv. Damasco, e ho notato che esse cre¬ scendo rassomigliano talmente a quelle tarantine da non essere più possibile, ad un dato momento, di distinguerle da queste, o almeno da essere molto dif¬ ficile una siffatta distinzione.

lagune venete, come lo dimostrano i gusci di Cardium sui quali essi sono fissati e che sono ancora riconoscibili (i Cardium non vivono nel Fusaro se non nei canali delle foci, e sono invece co¬ muni nelle cennate lagune), nella produzione del 1920 si sono svi¬ luppate e sulle fascine e sulle nuove rocchie, la cui ricostruzione è cominciata solo dal marzo del 1920, e sulle pietre o sui gusci vuoti del fondo, non poche giovani ostriche sempre della me¬ desima varietà. E giovani ostriche adriatiche furono trovate in buon numero fissate sulle pietre della banchina, al limite della bassa marea, fra la produzione del 1918, la quale venne poi allevata nei " quadrati di fondo Ostriche adriatiche di ogni

Fig. 4. Ostrica del Fusaro, vista dalla valva inferiore, appartenente alla var. adria- tica, fissatasi su di una pietra di tufo del fondo (forse già appartenente a qual¬ che vecchia « rocchia»?) in una produzione anteriore a quella del 1918 (gr. n.).

età, anche anteriore al 1918, e sopratutto più giovani, e quindi nate nel lago, si trovano altresì fissate su gusci di cozze pelose (Modiola barbata ), mollusco d'altra parte che non sembra alli-

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gnare nelle lagune venete, per le quali almeno non è citato dal Bullo !), dal Ninni * 2), mentre invece, com'è noto, è assai abbondante al Fusaro 3), nonché su rami di vecchie fascine, col¬ lettori non usati nelle lagune venete, ovvero in pietre di tufo vulcanico esistenti nel fondo (fig. 5).

UOstrea edulis L. var. lamellosa Auct. e l'O. e. L. var. adriatica Lm., pur riproducendosi runa accanto all'altra, non sembra che diano luogo a fenomeni di ibridazione : questa è almeno l'impressione che si ha esaminando le diverse conchiglie le quali, di solito, mostrano nettamente distinto il carattere più saliente delle due varietà : la presenza o l'assenza, rispettiva¬ mente, delle coste della valva inferiore. E' vero che non sempre tale carattere appare evidente, ma è probabile che ciò avvenga entro il campo di variabilità in cui oscillano i caratteri di tutti gli individui appartenenti ad una data varietà. Tuttavia non è possibile negare che un tale fenomeno avvenga o possa avve¬ nire ; ma certo ove avvenisse sarebbe molto difficile dimostrarlo con la sola osservazione delle conchiglie.

A quanto ho sopra esposto si potrebbe obbiettare che an¬ che fra le ostriche di Taranto e del Tirreno si rinvengono in¬ dividui nei quali si osservano delle coste più o meno simili a quelle delle ostriche adriatiche, e che per conseguenza non tutte le ostriche tipo adriatico che vivono nel Fusaro potrebbero es¬ sere davvero discendenti da ostriche dell'Adriatico. La presenza fra le ostriche della var. lamellosa di individui forniti di coste più o meno appariscenti è effettivamente cosa nota, e fu già ricordata dal Carazzi, il quale a torto, secondo me, li considerò

T) Bullo G. Piscicoltura marina. Parte 1. Padova 1891.

2) Ninni E. La pesca nell' Adriatico : Bollettino del Min. dell’ Industria. Roma 1917.

3) La Modiola barbata esiste per altro, in mare, nell’Alto Adriatico, come riferiscono fra gli altri il Grube {E in Ausflug nach T riest and dem Quarnero, Berlin 1861, p. 121) e, recentemente, il Coen {Contributo allo studio della fauna malacologica adriatica : R. Comit. Talass. Ital. Mem. 46-1914 p. 17); ma, come si è detto, non sembra vivere nelle lagune venete, donde provengono le ostriche importate al Fusaro.

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come individui della var. adriatica' ); ma deve osservarsi che ad ogni modo la grande massa degl' individui provenienti dall'alto Adriatico (var. adriaticà) e dei loro discendenti si distingue nettamente, per T indicato carattere della presenza delle coste, dalla grande massa degl' individui provenienti da Taranto (var. lamellosa ), ed egualmente dei loro discendenti. Fra quelli di quest'ultima varietà si trovano, è vero, individui in cui le lamelle della valva inferiore, che sono sempre in tutte le ostriche ra¬ dialmente orientate, mostrano più accentuata una tale disposi¬ zione radiale, specialmente quando esse sono più larghe del solito e, accentuando la loro abituale ondulazione, si presentano nei nodi sollevate in forma di tegole : il fenomeno suol presen¬ tarsi anzi in modo affatto irregolare, che il più delle volte solo poche coste paiono individualizzarsi, e perfino una sola; e così del pari fra gl'individui della varietà adriatica si trovano degli esemplari a coste direi quasi attenuate, perchè le lamelle, essendosi tutte egualmente sollevate, ed arricciate addirittura, vengono tutte a portarsi quasi allo stesso livello, riducendosi per lo meno di molto la loro ondulazione, e quindi le primitive differenze fra i nodi e i ventri : cosicché la superficie della valva inferiore vien quasi ad assumere un aspetto uniformemente la¬ mellare come nell'altra varietà. Anche qui però il fenomeno si presenta affatto irregolarmente, che in molti casi, mentre al¬ cune coste si attenuano, le altre invece si distinguono netta¬ mente. Bisogna poi notare che tali peculiari disposizioni si ma¬ nifestano, in ogni caso, durante l'accrescimento dell'ostrica, e sovente dipendono da azioni meccaniche di varia natura che la conchiglia ha dovuto subire: la pressione p. es., in taluni casi, di un corpo sulla conchiglia stessa o su di una parte di essa, ecc. 2).

h Op. cit. p. 10.

2) Va da che io non credo si possano ammettere le altre varietà di Ostrea che si ritiene possano convivere e con V adriatica e con la lamellosa (e che anzi furono addirittura descritte come specie ), quali per es. l'O. e. cornucopiae L., che il Grube (op. cit.) registra a Trieste, l’O e. cristata Born, che il Cori ( Der Naturfreund am Strande der Adria , Leipzig 1910, fig. 114) registra anche a Trieste e il Praus (op. cit. p. 2) a Napoli, l'O. e. depressi- formis Mont. egualmente registrata a Napoli dal Praus.

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Ma, a prescindere da ciò, io penso che senza dubbio fra i valori medi intorno a cui oscillano i caratteri della var. adria- tica , e i valori medi intorno a cui oscillano i caratteri della var. lamellosa se, come pare, queste due varietà effettivamente esistono quelli concernenti la conformazione della valva inferiore, ove fosse possibile uno studio statistico al riguardo, risultereb¬ bero rappresentati: dalla presenza di un dato numero di coste nettamente riconoscibili nella prima, e invece dall'assenza di coste nella seconda, perchè ciò effettivamente risulta dall'espe¬ rienza. E di ciò è prova il fatto che praticamente si riconoscono senz'altro, almeno nella maggior parte dei casi, le ostriche delle due cennate varietà in mezzo al materiale uniformemente anne¬ rito e gibboso che si trae dal lago Fusaro.

Infine risulta da tutto ciò evidente che le rinomate ostriche del Fusaro non costituiscono punto una particolare varietà lo¬ cale, ma rappresentano solo un miscuglio di ostriche di diversa provenienza che assumono soltanto una comunanza di aspetto dovuta al color nero delle valve e, sempre che siano allevate sul fondo, ad una maggiore gibbosità. La quale, pur essendo molto considerevole nelle lamellose di fondo (fig. 5), caeteris pa¬ rlò us, si accentua specialmente nelle ostriche adriatiche, in cui già esiste come carattere, forse perchè esse sono, ab origine , ostri¬ che di fondo, e sul fondo vengono tradizionalmente nella loro

Devo però osservare che per quanto concerne la var. producta, descritta recentemente dal Coen (op. cit.) come varietà delhO. cidrìatica (considerata da lui come specie) si tratta forse effettivamente di una forma ben distinta, non solo da quella che il Coen chiama var. regularis ùtWadriatica, ma dal- Yadriatica stessa. La sua forma allungata, al pari di quella di un'Ostrica por¬ toghese, e sopratutto lo speciale profondo solco che si trova in corrispondenza del cardine, ben visibile anche nella figura del Coen (op. cit., fig. 24), insieme all'assenza di coste sulla valva inferiore, danno a quest'ostrica un aspetto tutto particolare. Inoltre in un individuo che io ho avuto agio di esaminare, fra molti esemplari fattimi venire per confronto da Venezia e Trieste, lo spessore della conchiglia è veramente straordinario, e tale da farmi ricordare quello assunto dalle ostriche portoghesi. E' vero che questo individuo é certamente vecchio, ma fra le altre ostriche adriatiche o tarantine forse anche più vecchie non ho mai osservato un così notevole spessore delle loro valve.

patria allevate. Infatti tale gibbosità si presenta in modo spic¬ catissimo in un'altra specie di ostrica (non mangereccia questa), YOstrea [ Gryphaea ] cochlear Poli (fig. 2), tipica ostrica non solo di fondo ma, relativamente, anche di alti fondali, vivendo, al dire

Fig. 5. Valva inferiore (lato concavo) di un’ostrica del Fusaro della var. lamellosa, del¬ l’età di circa 20 mesi, appartenente alla produzione del 1918 fissatasi sulle pietre della banchina e allevata nei «quadrati di fondo » (gr. n.).

vata a 105 m. nel golfo di Napoli sul banco del Pampano, a 144 m. in pieno Mediterraneo a circa dieci miglia a sud del Capo Teulada in Sardegna, fra il materiale della campagna del Volta „, e a 200 m. circa fra altro materiale raccolto nei giacimenti co¬ di Sciacca (fig. 6).

Ma un altro carattere è comune alle ostriche del Fusaro,

Fig. 6. Valva inferiore (lato concavo) di Ostrea [Gryphaea] cochlear Poli pescata sulla secca^del Pampano (golfo di Napoli) a 105 m. di profondità.

qualunque sia la loro origine, e cioè il loro squisito sapore, che ha dato loro larga e giusta rinomanza. Da che cosa dipenda questo fatto industrialmente così importante, è, come può coni-

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prendersi, difficile, se non impossibile, dire nello stato attuale delle nostre conoscenze al riguardo, perchè non si tratta certo di semplice ingrassamento, e nemmeno d'altra parte può forse pen¬ sarsi alla influenza di qualche speciale alimento, nel senso co¬ mune della parola, perchè non sappiamo nemmeno se le ostriche mangino; tranne che il fatto non dipenda, dalla natura delle so¬ stanze organiche solute nelle acque del lago, se tali sostanze esi¬ stono, e nella quantità necessaria, e se effettivamente la nutri¬ zione dell'ostrica si effettua, per lo meno principalmente, me¬ diante tali sostanze 1).

Gli allevamenti del lago Fusaro sono dunque degli alleva¬ menti misti, e ciò è ben favorevole all'incremento dell'ostricol¬ tura in quel lago, perchè dimostra che ivi possono egualmente prosperare ostriche non solo di diversa provenienza, ma anche di varietà distinte come la lamellosci e Yadr Litica , che pur vi¬ vono in condizioni ben diverse, concernenti sia la natura del fondo, sia, e ancor più, i caratteri fisico-chimici delle acque.

Il problema quindi del ripopolamento del Fusaro per quanto concerne le ostriche, cessata ormai la esiziale epizoozia che ha imperversato in questi ultimi anni, può essere razionalmente e rapidamente risoluto, importando da Taranto, e specialmente

4) S' intende che qui si allude alle note teorie del Carazzi ( Contributo alV istologia e alla fisiologia dei Lamellibranchi. Ricerche sulle ostriche verdi: Mitth. Z. Stat. Neap. Bd. 12-1896 p. 381 ; e Nutrizione degli animali ma¬ rini: V assorbimento nei molluschi lamellibranchi: Rassegna Se. Biol. Anno II, 1920, p. 33-54), e del Pììtter ( Die Ernàhrung der Wassertiere und der Stoffhaushalt der Gewàsser, Jena, Fischer, 1909), a cui ho già accennato nella mia precedente nota. (2. La sorte del fregolo bianco nelle ostriche madri tenute in piccoli acquari: in questo bollettino, voi. XIV; 1921-22, p. 234-237). Ad ogni modo è bene qui ricordare che esperienze ormai di vecchia data dello Schultz ( Ueber Reductionen. IV. Ueber Hunger bei Asterias rubens und My- tilus bald nach der Metamorphose : Archiv f. Entwicklungsmech., Bd. 25, 1908, p. 404) avrebbero dimostrato, in organismi affini alle ostriche, come i mitili o cozze, resistenza di veri processi digestivi, non solo ma anche di veri processi di riduzione consecutivi a un digiuno prolungato, per quanto non assoluto. Quanto poi all' ingrassamento vi sono ostriche di Taranto o di Venezia ben più grasse di quelle del Fusaro, ma, specialmente queste ultime, ad esse bene inferiori per sapore.

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dall'Alto Adriatico, metodicamente per un certo numero di anni, considerevoli quantità di giovani ostriche, preferibilmente giovani, perchè più facilmente "adattabili,, al nuovo "clima,,, da servire come riproduttori) senz'alcuna tema di danneggiare l'incremento della inesistente varietà locale, di cui parecchi, in buona o in mala fede, hanno fantasticato.

R. Osservatorio Idr oh iologico del Lago Fusaro (Napoli), agosto 1922.

Finito di stampare il 3 maggio 1924.

Nuovo Oyrodactylide parassita nella cavità olfattiva di Amiurus catus L.

Nota

del socio

Dr* L. Connetti de Martiis

(con una figura)

(Tornata del 17 dicembre 1923)

Uno studio svolto recentemente suirocchio di Amiurus catus i) mi ha offerto l'occasione di esaminare varie serie di sezioni del capo di giovani esemplari dell’interessante specie nord-ameri¬ cana. Potei così notare la presenza, in ciascun esemplare, di buon numero di piccoli Trematodi nelle cripte comprese fra le creste della mucosa delle cavità olfattive. Dilacerando il muso di altri esemplari, sia giovani che adulti, di Amiurus catus rinvenni pure in essi costantemente i parassiti, e li potei isolare interi. Dall’esame delle sezioni e dei preparati in toto mi riuscì facile riconoscere nei piccoli Trematodi dei Gyrodactylidi riferibili al genere Ancyrocephalus Creplin 1839 (== Tetraonchus Diessing 1858) 2). Essi stanno attacati alla mucosa infiggendo in questa i grossi uncini del pexoforo. Già la sede in cui si presentano è interessante : invero non mi consta che siano noti altri esempi di Gyrodactylidi parassiti nelle cavità olfattive di pesci, tipica è la loro presenza sulle branchie, dove invece io non li ho trovati.

I vari esemplari che ho preso in esame appartengono tut-

4) Vedi: Atti Soc. It. Se. Nat. 1924 (in corso di pubblicazione).

2) Come ha dimostrato Lììhe nel 1909 ( Parasitische Platwiirmer in: Bra- UN, Siisswasserfauna Deutschlands. Heft 17, p. 18) e poi Wegener, G. Die Ectoparassiten der Fische Ostpreussens. Scrift. Physik.-Oeconomisch. Gesellesch* Kònigsberg, 50 Jahr. 1909, p. 207.

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ti ad una medesima specie che offre qualche rassomiglianza con A. cruciatas (Wedl) ; così ad es. ha in comune con questa spe¬ cie la comunicazione fra i due rami deirintestino nella regione posteriore del corpo. Ne differisce però per alcuni caratteri, fra cui : le dimensioni sensibilmente minori, la mancanza di palpi all'estremità anteriore, le dimensioni e la forma dei quattro un¬ cini principali, la forma del pexoforo, ecc. Dedico il nuovo Gyrodactylide qui descritto al ch.mo elmintologo Prof. Mon¬ ticelo del R. Ateneo napoletano che ha pubblicato nel 1893 una revisione del genere Tetraonchus .

Ancyrocephalus monticeli!! ri. sp.

Lunghezza mm, 0,25 a 0,30, larghezza a metà del corpo mm. 0,06 a 0,09. Forma tozza o mediocremente allungata, a seconda dello stato di contrazione, di regola più ingrossata a metà del corpo. La regione anteriore è un appiattita in senso dorso-ventrale, e mostra, se vista di piatto, contorno arroton¬ dato o lievemente trapezoide con angoli arrotondati, di cui due laterali all'altezza degli occhi, due davanti agli occhi. Il pexoforo ha il diametro trasverso maggiore di quello sagittale, tuttavia il primo non supera la massima larghezza del corpo ; precede il pexoforo una costrizione più o meno pronunciata. La con¬ cavità del pexoforo è rivolta ventralmente ed all'indietro, le due membrane laterali sono munite ognuna di cinque aghi fra loro subuguali, incolori o jalini , non uncinati ma un po' arcuati in modo da accompagnare la curvatura delle membrane : la punta degli aghi sporge sul margine libero delle membrane. Non ho potuto riconoscere aghi situati davanti o dietro ai quattro grossi uncini. Di questi, anch' essi incolori e jalini, due maggióri sono ventrali, due minori dorsali.

Uncini ventrali. (Fig. 1 A). Hanno curvatura assai pro¬ nunciata, a compiere un’ampio semicerchio, e terminano in punta dolcemente attenuata.

La parte basale, sublaminare, lascia riconoscere una lunga apo- fisi quasi dritta che continua l'asse dell’uncino: l'apofisi è diretta ventralmente e in fuori, sopratutto quando in due uncini sono retratti e quindi fra loro ravvicinati col tratto distale. La base di

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ogni uncino è accompagnata da un'incavatura e da una sporgenza angolosa entrambe mediali. Nelle incavature s'incastrano le due estremità del pezzo mediano, sorta di copula incolora e jalina, che sorregge i due uncini e ne permette i movimenti coordinati. Il pezzo mediano è sublaminare, consta di una porzione trasversa

Fig. 1. Ancyrocephalus monticellii n. sp. A uncini ventrali del pexoforo e relativo pezzo mediano, B uncini dorsali id. id. Tutte le parti viste di prò* spetto, X 550.

e di due brevi tratti obliqui e divergenti in avanti; la porzione trasversa mostra tre lievi sporgenze al margine posteriore.

Distanza fra la punta dell'apofisi basale e il vertice della curvatura dell'uncino rnm. 0,06 a 0,07. Lunghezza dell'apofisi mm. 0,02 a 0,03. Distanza fra le due estremità del pezzo me¬ diano o copula circa mm. 0,05.

Uncini dorsali (Fig. 1 B). Hanno forma simile a quella degli uncini ventrali, ma sono più piccoli, più sottili, e offrono nel tratto distale una curvatura meno pronunciata. L'apofisi ba¬ sale è diretta dorsalmente e in fuori, sopratutto quando gli un¬ cini sono retratti, cioè con le porzioni distali ravvicinate e rac¬ colte nella conca del pexoforo. Il pezzo intermedio o copula è la¬ minare, curvato ad angolo aperto all’indietro : la distanza fra le sue due punte è di circa mm. 0,05.

In sezioni tinte con emallume e fucsina acida di esemplari

fissati con sublimato picro-acetico ho notato che i pezzi media¬ ni o copule trattengono facilmente il colorante piasmatico, non così gli uncini e gli aghi che appaiono ingialliti dall' acido picrico.

Gli apici delle apofisi basali dei quattro uncini, quando que¬ sti sono retratti, segnano i limiti delle membrane laterali del pe- xoforo; questo nei tratti mediani interposti agli apici delle apofisi appare emarginato.

Il capo porta due paia di occhi con pigmento nero, situati un paio dietro l'altro, in corrispondenza del margine anteriore del faringe (retratto). La distanza fra i due piccoli occhi del pri¬ mo paio è un maggiore di quella che intercede fra i due occhi, più grossi, del secondo paio. Ai margini laterali del capo, davanti agli occhi, sono riconoscibili le porzioni terminali delle ghiandole cefaliche per la maggiore affinità che esse mostrano colorante piasmatico (fucsina acida, eosina), ma non mi è stato possibile precisare il numero di dette ghiandole.

La cuticola, che è sottile sulle varie regioni del corpo, offre speciali striature, trattiene essa pure il colorante piasmatico. La parete del corpo lascia distinguere due strati muscolari, tra¬ sverso e longitudinale, il primo ha fibre più robuste.

La bocca è situata ventralmente * 2) all'altezza del secondo paio d'occhi. Il faringe, globoide, contiene nello spessore delle pareti grosse ghiandole cianofile lobate interposte alle fibre mu¬ scolari radiali. Segue al faringe un breve tratto intestinale im¬ pari, tosto diviso nei due rami laterali, a lume ampio e semplice, che in vicinanza del pexoforo si saldano fra loro a formare una cavità unica. Le cellule epiteliali claviformi sporgono nel lume intestinale con un grosso lobo alveolato.

Il testis e l'ovario costituiscono rispettivamente una massa impari mediana, attenuata all'estremità posteriore, compresa nel tratto medio del corpo. Il testis è situato dorsalmente rispetto all'ovario, e si protende più all'indietro, mentre l'ovario mostra

1) Denominazione usata da Maclaren (loc. cit.) e da Goto e KiKUCHi (1917, Journ. Coll. Sci. Tokyo, Voi. 39, art. 4).

2) E’ verosimilmente errata l'indicazione dell' indicazione della bocca al¬ l'apice del capo data da Mac Callum ( 1915, Zoologica New York, I ) nelle figure delle quattro specie da lui descritte.

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la porzione racchiudente i più grossi oociti estesa più in avanti del margine anteriore del testis. Gli oociti maggiori misurano 10-15 micr. in diametro, il loro nucleo 6 micr. il nucleolo 4 micr. I due vitellari sono estesi nella regione occupata dall’in- testino, più ravvicinati alle pareti ventrale e laterali del corpo.

Le più grosse cellule vitelline hanno un diametro medio di 10 micr. con nucleo di 3-4 micr.

Assai meno chiara, data la minutezza degli esemplari, mi è risultata la disposizione degli organi distali dell'apparato ri- produttore. Il foro genitale (? due pori ravvicinati) impari mediano ventrale, è circa al confine fra il primo e il secondo quarto della lunghezza totale del corpo. Il bulbo eiaculatore è accom¬ pagnato da un cirro provvisto di tubo chitinoso, arcuato e pro¬ trattile, lungo circa mm. 0,03, poco attenuato all'estremità che è tronca obliquamente J). Non mi è stato possibile riconoscere la posizione del poro vaginale del poro escretore.

Due esemplari racchiudevano l’uovo pronto per essere de¬ posto; in questo la cellula uovo era accompagnata da circa una cinquantina di cellule vitelline. Trovai pure, in una cripta della cavità olfattiva, un uovo deposto: il guscio è munito di una bre¬ ve appendice.

Loc: Ceresole d’Alba, prov. di Cuneo 2).

La presenza costante di buon numero dei parassiti in en¬ trambe le cavità olfattive induce a credere che questa sede sia assai favorevole alla permanenza dei parassiti stessi, non solo perchè ben riparati, ma ancora perchè in essa trovano suffi¬ ciente nutrimento, dato, oltreché dal muco, anche da piccole cellule uscite attraverso la mucosa. Queste si trovano libere nel lume intestinale dei parassiti, ma gli elementi corrispondenti com¬ paiono pure frequenti fra le altre cellule epiteliali della mucosa, fino a raggiungere la superfice libera. Si tratta di leucociti mi¬ granti, facilmente distinguibili dalle attigue cellule epiteliali, per

*) Forse in seguito a rottura.

2) Gli esemplari di Amiurus catus vennero posti a mia disposizione dal Dr. Comm. E. Festa al quale rinnovo i sensi della mia viva gratitudine.

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la forma, per le dimensioni più ridotte, sia del citoplasma che del nucleo, e ancora per la struttura di quest'ultimo. Già è nota nei Vertebrati la migrazione di leucociti attraverso l'epitelio ol¬ fattivo: nel caso qui ricordato essa è probabilmenle collegata alla azione irritante che determinano i parassiti sulla mucosa stessa.

Dall’Ist. di Anat. e Fisiol. compar. della R. Università.

Torino, Palazzo Carignano.

Finito di stampare il 3 maggio 1924.

Francesco Balsamo

Commemorazione fatta dal socio

Prof. Ffidiano Cavata

(Tornata del 20 gennaio 1924)

Il giorno 9 del brumoso novembre 1922 serenamente spe- gnevasi come serenamente era vissuto Francesco Balsamo dopo lunga malattia sopportata con fortezza di animo e raro senti¬ mento di delicatezza pei suoi cari doloranti per le gravi sue sof¬ ferenze. La sua dipartita, purtroppo non inopinata, fu tuttavia cagione di profonda mestizia per i Suoi congiunti che Adora¬ vano e per quanti ebbero la fortuna di conoscerlo e di apprez¬ zarne le virtù, il carattere, l'ingegno eletto.

Francesco Balsamo fu raro esempio di bontà, di rettitudine, di nobiltà di sentire e di oprare. Alle doti dell'animo, accoppiò pregi inestimabili dello spirito e della mente; fu cultore esimio ed appassionato delle scienze, ed insegnante valoroso ed efficace, appunto per le vaste e profonde cognizioni. Di Lui si può ben dire che la modestia fu pari alla grande coltura.

Nacque in Napoli il 20 Maggio 1850 ed ebbe a genitori l'in¬ gegnere Pasquale, di grande ingegno e reputazione, e Carolina Fergola.

Fece i suoi primi studi sotto la direzione paterna, con l'aiuto anche di valenti maestri quali: l'abate Toscano che gli insegnò filosofia e le matematiche, ed il Prof. De Rosa, orientalista pre¬ claro, che gli apprese le lingue classiche. Poteva così agevol¬ mente ottenere la licenza liceale ed iscriversi alla Università. Ma

FRANCESCO BALSAMO 1850 - 1922

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durante gli stessi studii letterari, Francesco Balsamo aveva di¬ mostrata tanta predilezione per le Scienze fisiche e naturali che prima ancora di presentarsi alla licenza liceale, frequentò, da udi¬ tore, i corsi di Scienze alla Università e specialmente il labora¬ torio di Fisica, addestrandosi nell'uso degli apparecchi e pre¬ stando l'opera Sua nell'allestimento delle esperienze, sia per uso delle lezioni, che per ricerche scientifiche.

Nel 1874 riportava il diploma di laurea in Scienze Naturali nella nostra Università; ma iscrittosi anche nella Facoltà di Me¬ dicina e Chirurgia, ne usciva laureato dopo due anni, e cioè nel 1876. Non pertanto, attratto verso gli studi delle Scienze Na¬ turali, Francesco Balsamo, sacrificando il maggior guadagno, ab¬ bandonava l'esercizio della Medicina, e con rara abnegazione si dava interamente alle Scienze, e più particolarmente alla Botanica attiratovi dalla fama e dalle personali doti di mente e di cuore dell'illustre botanico Barone Vincenzo Cesati, Direttore del no¬ stro grande Orto botanico. A questo il Balsamo diede la intel¬ ligente e gratuita opera sua dal 1873 al 1882, coadiuvando il Di¬ rettore nel riordinamento sia dell'Erbario di lui, sia delle colle¬ zioni e della biblioteca dell'Istituto botanico.

In tutto questo tempo, sotto la guida del Cesati, come dei di lui coadiutori, Giuseppe Antonio Pasquale e Gaetano Lico- poli, che tutti gli furon larghi di consigli, il Balsamo potè ac¬ crescere e rafforzare le sue cognizioni nel campo della Botanica generale e specialmente in Crittogamia, ove divenne ben presto cultore esimio.

Nominato pel 1881-82 assistente provvisorio presso 1' Orto botanico, fu, dopo la morte del Barone Cesati, avvenuta nel Febbraio del 1883, promosso a Coadiutore del Prof. G. A. Pa¬ squale che aveva assunto la Direzione dell'Istituto botanico. In tale ufficio fu successivamente confermato dal Pasquale stesso fino al 1893, e di poi dal Prof. Federico Delpino che gli suc¬ cesse, fino al 1900, anno in cui, in seguito a nuova disposizione di legge, dovette rinunziare, per ragione di cumolo, essendo an¬ che insegnante nelle Scuole medie; poiché fin dal 1886 il Bal¬ samo impartiva lezioni di Scienze fisiche e naturali nel Regio educatorio " Principessa Margherita ed era pure incaricato dello

stesso insegnamento nel R. Liceo A. Genovesi ove divenne titolare, in seguito a concorso, nel 1900.

Intanto Francesco Balsamo aveva ottenuto, col massimo dei punti la libera docenza in Botanica, che esercitò, con grande pro¬ fitto dei giovani studenti universitari, fino agli ultimi anni di Sua vita.

Essendo poi caduto infermo il Prof. Pasquale, fu chiamato nel 1888-89 a supplirlo nell’insegnamento ufficiale della Botanica ed anche nella Direzione dell' Istituto, e così negli anni succes¬ sivi fino al 1893. Tenne questo delicato ufficio con la più grande scrupolosità ed abnegazione in momenti assai difficili, quando il grande Orto botanico veniva minacciato di falcidia delle sue terre per un vasto progetto di trasferimento in questa località, degli Istituti Universitari.

In tanto trambusto, e nonostante le gravi cure dell’insegna- mento all' Università e nelle Scuole medie, il Balsamo non tra¬ lasciò mai di dedicarsi ai suoi prediletti studi, e le numerose sue pubblicazioni, delle quali non poche assai importanti, stanno ad attestare della sua bella operosità e del Suo ingegno vivissimo.

Colpito negli ultimi anni da grave infermità agli occhi, non gli fu dato di perseguire i Suoi studi, e parecchi lavori già da Lui iniziati od annunziati in precedenti memorie, rimasero ine¬ diti o non terminati.

Dalla produzione scientifica che ci ha lasciato, Francesco Balsamo ci appare insieme un naturalista, nel significato che si oggi a questa parola, ed un fisico. Come naturalista Egli at¬ tinse alla Scuola dominante del tempo che era in Italia, preva¬ lentemente sistematica. Il primo maestro suo il Cesati, che pure avea assai estesa coltura, fu sopratutto un valente crittogamista, e da buon organizzatore di studi, si fece una Scuola, assegnando ai migliori suoi allievi lo studio dei vari rami della Crittogamia, e così assegnò a Camillo Giordano lo studio delle Briofite, ad Orazio Comes quello dei Funghi, ad Antonio Jatta i Licheni, e a Francesco Balsamo le Alghe.

La direttiva dell'illustre Maestro non poteva riuscire più fruttuosa, poiché dai quattro suoi eletti allievi si ebbero i più cospicui contributi alla conoscenza delle Crittogame cellulari non

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solo dell'Italia meridionale, ma di altre provincie del nostro paese e di varie contrade del globo.

Francesco Balsamo datosi con ardore allo studio delle Al¬ ghe divenne in breve un distinto cultore e un micrografo insi¬ gne. Illustrò queste crittogame in una serie di pregevoli pub¬ blicazioni fra le quali amo citare: Le diatomee della cascata di Caserta (1880); Le Alghe della Baja di Assab (1883); Reliquie Cesdtiane (Alghe 1885); Sulla Storia Naturale delle alghe di acqua dolce del Comune di Napoli (1883), monografia questa di notevole pregio, anche per i dati fisiografici accurati che ne for¬ mano la parte introduttiva. La memoria fu premiata dalla R. Ac¬ cademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli. Pubblicò pure Homonymiae Algarum (1888), Y Index adF. Tr. Kuetzingi Species Algarum (1892) e Ylconum Algarum index adjecta ge¬ nera Algarum omnium , opere tutte di grande pazienza ed insieme di grande utilità, sul tipo di quelle del Pritzel per le Fanerogame e del Saccardo per i Funghi, che agevolano di tanto le ricerche bibliografiche agli studiosi. Ci diede pure: Le Diatomee conte¬ nute nel canale digerente di alcune Aplisie , ecc. (1890); Primo elenco delle Diatomee del Golfo di Napoli (1903); ed un Con¬ tributo sulle Alghe del Congo raccolte da Zenker (1903), ed altre ancora.

Seguendo il suo Maestro, coltivò pure il Balsamo lo studio delle Fanerogame, e della sua estesa conoscenza in tale ramo fanno testimonianza, parecchi suoi lavori di floristica esotica quali : Elen¬ co delle Piante raccolte in Africa da G. Licata (1890); Contributo alla Flora africana ; Piante delle Canarie e del Congo raccolte da Zenker (1892); Mezza Centuria di Piante del Congo (1895); Sulla Boldoa e Boldea Auct. Note critiche (1900), accurato stu¬ dio questo sulla nomenclatura di tal pianta medicinale, che lo porta a proporre una riforma del nome ( Boldua Bals.) per ov¬ viare alle incongruenze degli autori.

Merita pure menzione un lavoro giovanile del Balsamo sul- l’ Isola d' Ischia, il quale con diligenti ricerche sul campo geo¬ logico e botanico porta un contributo cospicuo alla storia na¬ turale dell'isola tanto travagliata dai vulcani e dai terremoti.

La tendenza manifestatasi in Francesco Balsamo fin da gio¬ vanetto per la Fisica rigermogliava in lui dopo essersi dato

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alla Botanica , e glie ne porgeva il destro lo studio delle Dia- tomee la cui fine e delicata struttura richiede speciali metodi d' indagine microscopica e di preparazione. In un suo lavoro dal titolo : Sulla visibilità delle strie delle Diatomee Iti rapporto al sistemi ottici ed al mezzi di inclusione (1891), Egli tratta, con grande competenza, dei rapporti tra apertura numerica degli obiettivi, l'indice di rifrazione dei liquidi in cui si preparano le Diatomee per l'osservazione e le sottili strutture che queste di¬ mostrano e che possono rendersi più o meno evidenti.

Studiosissimo dei metodi di preparazione delle Diatomee appunto per ottenere una migliore visibilità delle finissime strie del guscio di queste alghe, fece oggetto di altro suo lavoro il Joduro di Metilene, come liquido d'inclusione ed il cui indice di rifrazione permetteva l'osservazione con immagini nettissime senza o quasi aberrazioni cromatiche, anche colle specie di più difficile risoluzione quali i Pleurosigma, le Nitzschia, le Surlrelle, l' Amphipleura ecc.

Ma un'indagine di più grande importanza scientifica, sia dal lato fisico che da quello della fisiologia vegetale, sedusse per parecchi anni il nostro Balsamo, e fu quella relativa all'as¬ sorbimento delle radiazioni da parte degli organi verdi delle piante. Già in due note di carattere preliminare, una presentata alla Società di Naturalisti nel 1891, e l'altra alla Riunione della Società botanica in Napoli 1892, esponeva lo scopo ed i limiti del lavoro al quale si accingeva. Ma fu in un'ampia memoria pubblicata nel 1893 dal titolo: Ricerche sulla penetrazione delle radiazioni nelle piante , che il Balsamo espose la vasta trama del lavoro in una lucida introduzione, ribadendo il concetto che la luce nel suo passaggio a traverso i tessuti della pianta, in¬ contrando mezzi eterogenei per densità, rifrangibilità e struttura molecolare, perde una parte della sua forza viva, la quale nel¬ l'organismo si converte in energia chimica, meccanica e forse anche elettrica. Tre, perciò, sono i lati del complesso problema e cioè: l.° il metodo delle ricerche sperimentali; 2.° la sua ap¬ plicazione agli organi delle piante; 3.° T indagine, a base di cal¬ colo, sui dati sperimentali per la soluzione di questioni inerenti alla meccanica delle funzioni e alla trasformazione dell'energia nell'organismo vegetale. La memoria è tutta dedicata alla prima

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parte, ed è precisamente lo studio posto dal Balsamo nella ri¬ cerca e ideazione dei mezzi e degli apparecchi per 1' installa¬ zione di così delicate ricerche che rivela la di Lui soda cultura e genialità in fisica e particolarmente nell'ottica e nell'elettricità.

Notevoli poi sono le considerazioni che alla fine della Me¬ moria dedica il Balsamo sulla ricerca dei possibili errori di os¬ servazione e loro correzioni a base di calcoli laboriosi.

In altro lavoro si occupava il Balsamo dell' ingrandimento dell'immagine nel microscopio mediante l'uso di un sistema di¬ vergente, quale fu un tempo suggerito dal Selligne, coll'aggiunta di una lente biconcava, ma correggendo con opportuni diaframmi le aberrazioni sferiche e cromatiche.

Anche i fenomeni di diffrazione, che presentano all'osserva¬ zione microscopica molti corpi organizzati, furono dal Balsamo studiati, come si rileva da alcune sue memorie, e così in quella: Sui fenomeni di diffrazione di alcuni corpi organizzati in rap¬ porto alle esperienze dell' Abb e (1903), proponendosi di verificare gli esperimenti di questo illustre fisico, e di sostituire, ai di lui reticoli artificiali, i corpi che presentano tali fenomeni, quali le squamette delle ali dei Lepidotteri, delle Lepisma e Sapphirine, come anche i gusci di Diatomee.

In questi oggetti ebbe, infatti, a notare spettri di diffrazione, ed effetti notevoli di colori interferenziali.

E su tale argomento, approfondendo ancora le sue ricerche, presentava nel 1906, altra memoria al Reale Istituto d'incorag¬ giamento, a proposito di un Apparecchio per la osservazione dei colori interferenziali , da lui ideato per poter osservare, in tutto il loro splendore, questi colori nei corpi organizzati su indicati. Tale apparecchio molto ingegnoso, applicato al microscopio si prestava altresì, con opportune varianti, a molteplici altre ricer¬ che, così per ottenere immagini negative a fondo oscuro; per le osservazioni ultramicroscopiche ecc.

Dopo che le ricerche di Pictet e Callietet, di Linde e di Dewar portarono alla liquefazione dell'aria, e che nell' Istituto di Chimica farmaceutica della nostra Università fu installato l'ap¬ parecchio per l'aria liquida, il Balsamo pensò ad istituire una serie di ricerche intorno all'azione di essa sugli organi vegetali, nella considerazione che se per l'addietro non si erano speri-

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meritate, a tale riguardo, temperature più basse di 13°, col- l'aria liquida si poteva disporre di una temperatura di 180°.

In una sua nota preliminare, apparsa nel 1900, Egli espone i risultati delle sue esperienze con foglie, fiori, tuberi e semi di varie piante assoggettati all'azione dell'aria liquida, dai quali emerse che all'infuori di effetti riguardanti la consistenza, l'aspetto, il colore degli organi, l'odore nel caso dei fiori, gli organi stessi non perdono la loro vitalità e riacquistano, dopo cessata l'azione, la loro struttura ed anche i loro caratteri esterni.

Altri lavori del Balsamo dovrei ancor citare, riflettenti ar¬ gomenti di biologia, di fisica e di chimica fisiologica che var¬ rebbero a sempre più confermare la vasta di Lui coltura. Pub¬ blicò anche varii testi per le Scuole medie, il cui merito intrinseco è dimostrato dall'essersi subito esauriti.

Mi è caro ricordare poi la preziosa collaborazione che Egli si compiacque dare al Ballettino dell'Orto botanico nostro, in occasione della celebrazione del Centenario di questo, con i Cenni biografici e storici sui Botanici e Botanofili napoletani che il Balsamo in collaborazione con Michele Geremicca e con squisito senso di devozione verso tanti pionieri della Botanica napoletana, mirabilmente ritrasse nei particolari della loro vita e delle loro opere.

Questo ricordo mi è particolarmente grato come quello delle grandi benemerenze di Francesco Balsamo verso 1’ Orto bota¬ nico nel quale trascorse da Assistente volontario, da Coadiutore, da Direttore incaricato, i migliori anni della sua laboriosa vita, spendendo opera materiata di entusiasmo e di genialità a tutto beneficio della Scuola e della Scienza.

Le sue preclare virtù di mente e di cuore lo resero caro a direttori, a colleghi, a studiosi. Rammento sempre la illimitata stima che di lui nutriva Federico Delpino, il geniale biologo, il quale riconosceva ed ammirava la grande competenza nelle Scien¬ ze positive del Balsamo e le di Lui eccellenti qualità di micro¬ grafo; e ben a malincuore dovette privarsi del di Lui aiuto, quan¬ do il Balsamo si decise ad optare per l' insegnamento secondario.

Le rare doti dell'Uomo, voi tutti le avete presenti: bontà e gentilezza d'animo personificate; affabilità di modi; scrupoloso senso del dovere verso se stesso, verso la famiglia, verso la Scuola

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e la Società. La sua conversazione era delle più attraenti : aveva sobria ed incisiva parola e prontezza d'intuito; traspariva, senza ostentazione alcuna, la sua vasta conoscenza nel campo delle Scienze, delle Lettere e delle Arti belle, specie la pittura e la mu¬ sica che coltivò con rara maestria. Nella famiglia fu di una tene¬ rezza di affetti senza pari.

Alla venerata memoria di Francesco Balsamo, del modesto quanto insigne naturalista e fisico, dell’insegnante colto ed af¬ fettuoso, del cittadino esemplare da tutti in vita ben amato e stimato, dai suoi cari adorato, vada il presente tributo di stima profonda, di perenne, dolce ricordanza.

Pubblicazioni di Francesco Balsamo

1. Nozioni elementari di Cosmografia . Napoli, 1881, di pag. 117 e 2

tav. autogr.

2. Commemorazione del Barone Prof . V. Cesati. Napoli, 1883, di pag. 24.

3. Cenno geoio gico-botanico sulV Isola d' Ischia. Napoli, 1883, di pag. 12.

4. Le Diatomee della Cascata di Caserta. Napoli, 1884,8° di pag. 15.

5. Alghe della Baia di Assab, raccolte da G. B. Licata in Bull. Soc.

Afric. d’Italia. Anno IV, 1885. di pag. 8 con 1 tav.

6. Reliquie Cesatiane (Alghe) Rend. R. Acc. d. Se. Fis. e Mat. di Napoli,

1885, di pag. 5.

7. Sulla Storia naturale delle Alghe di acqua dolce del Comune di

Napoli. Atti della R. Acc. d. Se. Fis. e Mat. di Napoli, 1885, di pag. 84, con 2 tav.

8. Le Desmidieeì il Lichene marinoì Crittogame parassite del corpo

umano , in Atl. di Bot. popol. del Petraroia. Napoli, 1885 con 3 tav. col.

9. Homonymiae Algarum in plantis animalibusque Tetitamen. Neapoli,

1888, di pag. 25.

10. Quadri sinottici di Botanica (Morfologia e Fisiologia). Napoli, gr.

1889 di pag. I-XXIV, 52.

11. Diatomee contenute nel canale digerente di alcune Aplisie etc. Bull.

Soc. Nat. di Napoli, voi. IV, di pag. 8 e 1 tav.

12. Elenco delle piante raccolte in Africa dal Prof. G. B. Licata.

Bull. Soc. Afric. d’Italia. Anno X, Napoli, 1891, di pag. 8.

13. Sulla visibilità delle strie delle Diatomee in rapporto ai sistemi

ottici ed ai mezzi di inclusione . Bull. Soc. d. Natur. in Napoli. Anno V, 1891.

14. SulV assorbimento delle radiazioni nelle piante. Nota preliminare.

Bull. Soc. d. Natur. in Napoli. Anno V, 1891, di pag. 9.

15. Riassunto della nota precedente in Bull. Soc. Botan. italiana. Fi¬

renze, 1891.

16. Manipolo di Alghe napoletane. Centuria la Bull. Soc. Natur. di

Napoli. Anno VI, 1892, di pag. 21.

17. Contributo alla Flora africana. Piante delle Canarie e del Congo

raccolte da G. Zencker. Centur. l.a Rend. Accad. d. Se. Fis. e Mat. di Napoli. Fase. 1892, di pag. 14.

18. Index ad F. Tr. Kaetzingii Species Algarum » perfectus. Neapoli

1891, di pag. 64.

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19. Ad. Homonymiam Algaram addenda . Neapoli, 1893, di pag. 12.

20. Santo delle Lezioni di Botanica dettate nella R. Università ecc.

Napoli, 1893, di pag. 36, (autogr.)

21. G. A. Pasquale. Cenno necrologico. Bull. Soc. Afr. d’Italia. Anno .

XII, 1896.

22. Il Ioduro di Metilene nella preparazione delle Diatomee. Napoli,

1893, di pag. 7.

23. Ricerche sulla penetrazione delle radiazioni nelle piante. Parte I.

Metodo di ricerca. Napoli, 1893, gr., di pag., 54, con 2 tav.

24. Necrologia di G. A. Pasquale. Annuario d. R. Università di Napoli,

1893, di pag. 8.

25. Mezza Centuria di piante del Congo, in Bull. Soc. Afric. d’ Italia.

Napoli, 1895, di pag. 10.

26. SulVuso di un sistema divergente per ingrandire V immagine nel

microscopio. Boll. Soc. Natur. Napoli, 1895.

27. Intorno ad una sostanza colorante della Salpichroma r bombo idea.

Bull. Soc. Natur. di Napoli. Anno X, 1896.

28. Iconum Algaram Index. Fase. 7-X, 1895-1900.

29. Cenno necrologico di A. Costa. Boll. Soc. Afric. Napoli, 1899.

30. Sommario di Botanica generale e sistematica. Napoli, 16°, 1900.

31. Sulla Boldoa Juss. e Boldea Auct. {Boldua Nob .) Note critiche,

Napoli, 1900, pag. 8.

32. DelVazione delVaria liquida sui tessuti delle piante. Napoli, 1900

di pag. 8.

33. Exsiccata della Phycotheca italica (Fase. I, N. 12 specie).

34. Sulla formazione delle immagini nel microscopio in rapporto alle

esperienze di Abbe. Boll. Soc. Natur. Napoli, 1903.

35. Primo elenco delle Diatomee del Golfo di Napoli. Boll, di Soc.

Natur. 1903, pag. 13.

36. Su i fenomeni di diffrazione di alcuni corpi organizzati ecc. Ibid.

1903, di pag. 9.

37. Apparecchio per la osservazione dei colori interferenziali. Atti R.

Ist. d’Incoragg. di Napoli, Ser. VI, voi. Ili, 1907, di pag. 6, con 1 tav.

38. Botanici e Botanofili Napoletani. Cenni Biogr. e Storici in Bull.

dell’Orto Bot. d. R. Università di Napoli, T. Ili, 1910, di pag. 21 con ritratti.

Finito di stampare il 3 giugno 1924.

Sul metodo seguito per la determinazione delle temperature nei Campi Flegrei.

Nota

del socio

Dott. Francesco Signore

(Tornata del 16 marzo 1924)

In tutte le mie determinazioni di temperature mi son servito di un termometro a mercurio a massima, graduato fino a 300° cen¬ tigradi, debitamente verificato. La temperatura media di tutta la zona Flegrea si aggira intorno ai 100° C. ; fa solamente ecce¬ zione la temperatura della Bocca Grande e della Bocca del 21 aprile 1921 della Solfatara di Pozzuoli le quali hanno per tempe¬ ratura massima: la prima 162°, 5 e la seconda 143°, 5.

Ho fatto uso del termometro a mercurio, a preferenza di ogni altro apparecchio, perchè di facile trasporto, perchè può collocarsi convenientemente in ogni fenditura e perchè in mezzo ai fumi caldi delle fumarole non è in generale comodo, e tal¬ volta riesce impossibile, fare operazioni, anche semplicissime, per ricavare la temperatura. Il termometro a massima una volta re¬ sosi stazionario, può essere tolto, portato a distanza e letto con tutta comodità.

La zona flegrea, come tutti i luoghi ove si hanno emana¬ zioni di vapori e gas ad alta temperatura, va continuamente mu¬ tando d’aspetto, sia per le piogge che producono continui spro¬ fondamenti, sia per la disgregazione operata dai vapori.

Le rocce, che sono a contatto con i vapori diventando di giorno in giorno sempre più incoerenti, franano e ostruiscono le vie di uscita dei vapori, i quali espandendosi ove trovano mi¬ nore resistenza, cercano attraverso questi depositi di detriti quei

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punti che sono più facili ad essere attraversati. Avendo questi depositi generalmente la forma di conoidi, offrono minore resi¬ stenza verso i vertici; e cosi le fumarole dai fondi dei crateri si vedono spostare man mano verso le pareti e trasportarsi sem¬ pre in posizione più elevata.

Questa constatazione ho avuto occasione di farla durante la mia permanenza ai Soffioni boraciferi di Larderello.

Per questa ragione non è esatto quello che generalmente credono, la più parte degli autori che i soffioni presentino il fe¬ nomeno dell'emigrazione, cioè: "ciascun soffione non ha che una vita temporanea (Mercalli, Vulcani attivi. Milano 1907, pag. 286) e, dopo un tempo più o meno lungo, a poco a poco s' indebo¬ lisce per cessare totalmente. Allora compare un nuovo soffione in luogo non lontano sempre in posizio¬ ne più elevata. In tal modo i soffioni di un dato distretto emigrano dalle parti inferiori a quelle superiori della valle,,. Ora dalle stesse parole del Mercalli ognuno vede che il fenomeno dipende unicamente dal franamento continuo dei materiali di vetta, i quali vanno ad ostruire le uscite dei vapori e dei gas nelle parti più basse. Le perforazioni hanno mostrato sperimentalmente la mia asserzione, giacché nei luoghi ove si era creduto emigrato il soffione, questo si è subito presentato non appena si è perfo¬ rato lo strato di detriti depositato dai continui franamenti dis¬ gregati.

Dimodoché non è possibile, in tali zone , far confronti di temperature misurate in un medesimo luogo, ma bisogna farlo fra le temperature massime riscontrate in varie epoche in tutta la zona in esame. Come si vede la misura delle temperature si riduce alla ricerca, per ciascuna zona, della temperatura massima. E' questa ricerca che chiede tempo, lavoro e sacrifizio non indif¬ ferenti.

Il suolo dei Campi flegrei è cosparso di fumarole, le quali non sono dei fori determinati, ma delle estensioni più o meno ampie, da cui vengono fuori i gas e i vapori, le quali presentano in due punti, anche vicinissimi, variazioni considerevoli di temperatura.

Queste fumarole o bocche, vanno studiate col medesimo cri¬ terio da me seguito, per lo studio della bocca del 26 aprile 1921,

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della Solfatara di Pozzuoli. (Signore F., Brevi notizie sulla nuova bocca della Solfatara di Pozzuoli. Rend., R. Acc. Se. Napoli; (3) Voi. 27, 1921).

Esso consiste nel dividere in quadranti la zona da studiare, contenga questa anche delle sorgenti termali, e cercare di acco¬ starsi man mano al luogo ove si mostra la temperatura mag¬ giore. Determinata questa zona, o queste zone, rifare di nuovo lo stesso procedimento fino a determinare quelle fumarole che presentano la massima temperatura, e in ciascuna di queste ap¬ plicare ancora lo stesso procedimento, fino a determinare per ognuna la temperatura massima. Queste temperature massime son quelle che ritengo per le fumarole nell’ istante in cui eseguo 1' os¬ servazione.

Le temperature sono state prese sempre col termometro com¬ pletamente immerso nel suolo ed a contatto con questo.

Con tale procedimento son venuto a individuare, per il Cra¬ tere di Agnano, due località in cui si mostrano le temperature massime.

La prima definita dalle coordinate geografiche : lat. 40° 49', 6 N. long. 43', 1 Est. M. Mario.

Comprende le stufe di S. Germano, ove il 20 aprile 1923, alle 15h mentre la pressione barometrica era 757,0 e la tempe¬ ratura dell’ aria esterna 17°, 0; trovai nelle stufe adibite alle donne, e precisamente nella fumarola a destra entrando, la temperatura massima di 102°, 0 C.

La seconda località ha per coordinate geografiche: lat. 40° 49’, 2 N. long. 1°41', 6 Est. M. Mario.

In essa il 5 maggio 1923, alle llh 35m , colla pressione at¬ mosferica di 762,0 e la temperatura dell' aria di 25°, 0, trovai la temperatura massima di 98°, 5.

Per le Stufe di S. Germano le uniche misure di tempera¬ ture eseguite con termometro sono quelle riportate dal S. Claire- Deville (S. Claire-Deville, H. C. R. Ac. Se. Paris, Tome 43. Sèance du 20.10.1856 Id. Sur le s Emanations vulcaniques des Champs Phlegréens C. R. Ac. Se. Paris, Tome 54. Sèance du 10. 3. 1862), e vanno dal 1856 al 1862.

Tra queste determinazioni, la massima temperatura misurata fu di 97°, 0, il giorno 8 gennaio 1862; se confrontiamo questo va-

lore con quello misurato il 20 aprile 1923, troviamo un aumento di temparatura di in 61 anni, ossia, un aumento medio decen¬ nale di 0°, 8. Non intendo con ciò che si possa asserire che il fenomeno di innalzamento di temperatura debba ritenersi con¬ tinuo; con grande probabilità avrà un andamento discreto, come con tutta probabilità è discreto il fenomeno del bradisisma, pel quale però è valso 1' uso di indicare la quota media annua.

Nei Monti Leucogei intorno al 1780, troviamo varie misure di temperature, eseguite da osservatori diversi (de la Condamine, H. Ex. d'uti Voyage en Italie. Ac. Roy. Se. Paris, 1757; Della Torre, C. N. Storia e fenomeni del Vesuvio , Napoli, 1757, pag. 114; Andria, N. Trattato delle acque minerali , 1783), che vanno da 85° a 86°, 25; ora paragonando il massimo valore 86°, 25, tro¬ vato da de la Condamine il 1755, con quello misurato il 1923, risulta un aumento nella temperatura di 12°, 25 in 168 anni, vale a dire un aumento medio decennale di 0°, 74. Questo valore ri¬ sulterebbe di 0°. 5, se si confronta la temperatura determinata dal Mercalli, (97°, 5), il novembre 1901 (Mercalli, G. Sullo stato attuale della Solfatara di Pozzuoli , Atti Acc. Pontan. Voi. 37) con quella del 1923.

In ogni modo possiamo ritenere che la temperatura del Cra¬ tere di Agnano dall'Ottocento a oggi ha subito un sensibile in¬ cremento e in ragione di un aumento medio decennale che di pochissimo differisce da 0°, 7.

Napoli, Istituto di Fisica terrestre 15 Febbraio 1924.

Finito di stampare il 16 giugno 1924.

Agostino Oglialoro -Todaro

Commemorazione fatta dal socio

Dott* Oreste Forte

(Tornata del 27 aprile 1924)

E' quasi un anno.

Mentre il mondo intellettuale si prepara a festeggiare tra po¬ chi giorni, con forma eccezionalmente solenne, il giubileo del se¬ colare nostro maggiore istituto; mentre da ogni regione quella collettività umana che non ha patria, perchè ogni patria è la sua, la collettività del Sapere, accorre qui, attratta dall'invito di que¬ sta ospitale metropoli e non meno dal sorriso di aprile, dell'a¬ prile di Napoli nostra; mentre sacerdoti di Minerva e goliardiche legioni si apparecchiano a fraternizzare nella glorificazione della ricorrenza centenaria; noi siamo qui raccolti nella rimembranza di un lutto, nella constatazione dolorosa di un triste vuoto in quella magnifica collana di veterane Figure, che consegnano alle generazioni nuove il testamento ricevuto dai Sommi che Le pre¬ cedettero, insieme con la tradizione di gloria, che esso racchiude.

Affinchè quel vuoto non sfugga inosservato, affinchè di Co¬ lui, che doveva occuparlo, almeno lo Spirito non resti estraneo all' imponente convito, noi Lo rievochiamo appunto oggi, alla vigilia di quello spirituale tripudio, ove anche la Sua persona non avrebbe dovuto mancare.

E' quasi un anno.

Da poco congedato per regolamentare disposizione dall'in- segnamento e dalle cure universitarie, che avevano fino allora assorbita quasi per intero ogni Sua più minuta attività; sottratto

AGOSTINO OGLIALORO-TODARO

1847 - 1923

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da un giorno all'altro a quell'ambiente,. dal quale soltanto traeva nutrimento e vita il Suo Spirito, Agostino Oglialoro, il 21 giu¬ gno 1923, lasciava per sempre quelle mura, fra le quali per 42 anni dal 1881 aveva vissuta la parte migliore della Sua esi¬ stenza; esulava da quelle aule, dove la Sua voce vibrò ascoltata da migliaia di studiosi attraverso successive generazioni; da quelle aule, che Egli non volle mai abbandonare, neanche per trasfe¬ rirsi nel più degno asilo scientifico da Lui stesso creato; perchè non seppe mai distaccarsi da quegli avanzi, che invecchiavano con Lui e di cui ciascuno, dallo scrittoio all'asta di penna, rap¬ presentava per Lui un ricordo.

Rientrando nelle vecchie sale di quel vecchio istituto ognuno di noi rivede, vivente ancora d'inesauribile energia, la venerata figura del Maestro, dal quale ognuno di noi ricorda di aver ri¬ cevuta qualche buona e generosa azione, e ode ancora la cadenza di quel passo caratteristico, che ne annunziava l'atteso avvicinarsi.

Affollato sempre quello spazioso anfiteatro, dove la sua dotta parola e le molteplici interessanti esperienze attiravano una fitta e promiscua scolaresca, che da quelle lezioni traeva insegnamento e diletto, fu affollato del pari in quel triste giorno, quando di quelle care tradizioni compivasi il funerale. Ed in quel giorno la folla non era soltanto di allievi studiosi: costoro in maggior parte si erano raccolti all'ultimo varco dell'Ateneo, per rendere, a nome di questo, l'ultimo omaggio al Maestro, di cui ora non restavano che la memoria ed il rimpianto, dopo che ne fosse sortita la venerata salma; la folla era ricca di altri maestri, di cui non pochi furono già discepoli di Lui; di Autorità, che ne ave¬ vano sperimentata la probità e la dottrina; di colleglli, che furono altrettanti Suoi amici; di persone, che furono da Lui in un modo qualsiasi beneficate, ed il numero di queste ultime non era il più scarso.

Ad un certo punto, nonostante la eccezionale ampiezza, quel¬ l'anfiteatro non contenne più quella folla, ed ogni adiacenza fu invasa; perchè nessuno di coloro, cui era giunto tempestivamente il triste annunzio, volle mancare al mesto convegno.

Ed Egli era anche allora al Suo solito posto: innanzi a quel banco, ormai inconcepibile senza pensare a Lui; ma questa volta non vedemmo la disinvolta maestrìa di quelle mani adoperarsi

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nella esecuzione di quelle eleganti e complicate esperienze; non vedemmo la Sua simpatica figura seduta su queirarcaica poltro¬ na, più vecchia di Lui, dove amava riposarsi, allorquando alter¬ nava le Sue dotte lezioni con quelle indimenticabili conferenze, di cui servivasi per sminuzzare ancora più la Sua dottrina a be¬ nefizio di coloro che vi assistevano; non udimmo quella parola grave, ordinata e persuasiva, con la quale riusciva magistralmente a dissimulare o a dissipare tutte le difficoltà, che creavano nella mente dei novizi il tradizionale preconcetto di astrusità attri¬ buita alla scienza della trasformazione della materia, le cui re¬ gole, al contrario, esposte ed illustrate da Lui, finivano con l'ap¬ parire come cose ovvie. Nulla più di tutto ciò vedemmo o udim¬ mo questa volta; della Sua voce spenta per sempre non restava che l'eco rievocata nella memoria nostra; quel corpo, ravvolto ormai inerte nel funebre involucro, si apparecchiava ad essere non altro che uno fra i tanti esempi di quella materiale trasfor¬ mazione.

Dopo 76 anni dall’ll Agosto 1847, giorno in cui nacque a Palermo quegli elementi, che incessantemente sostituendosi furono pur sempre Lui e dominati da Lui, si svincolavano ri¬ belli, infine, da quel dominio, avidi forse di andare schiavi di nuove e più fresche energie e proseguire in altra sede la propria vita. Quanto mistero !

Altri parlarono di Lui appena dopo la Sua morte, per ren¬ dere onore alle Sue virtù e ricordare la Sua attività scientifica nella svariata ed interessante, se non abbondante, produzione bibliografica, nonché la Sua opera d'insegnante. Voi ascoltaste con ammirazione quelle parole commemorative pronunziate in altre sedi, quando ancora era recente il lutto dell'Ateneo e dei Consessi scientifici, dei quali Egli fece parte.

Ed io farei torto a quegli illustri che mi precedettero, se osassi qui ripetervi quanto da loro vi fu detto con ornata e suggestiva eloquenza e con quella autorevole competenza di giu¬ dizio, che a me fanno difetto. Ciò, d'altra parte, sarebbe, oltre che ozioso, inopportuno; tale fu l'intento della Società dei Naturalisti, quando pensò di onorare anch'essa uno dei suoi più vecchi benemeriti e scelse me per tale compito, dopo che la pa-

rola di oratori più cospicui ed autorevoli era stata altrove da voi stessi ascoltata.

La nostra doveva essere non la commemorazione solenne ed ufficiale, ma piuttosto una rievocazione integrativa di quella, destinata a ricordare a noi stessi, che fummo quasi tutti Suoi diletti discepoli, a noi che piantammo il germe di questo soda¬ lizio, quanto dovemmo a Lui, come a tanti altri amati e com¬ pianti Maestri, di appoggio, di incoraggiamento, di protezione e di consigli, che ci diedero forza di lottare e vincere nel curarne amorevolmente il rigoglioso sviluppo, e con quanta costante sim¬ patia Egli c'infondeva il Suo magnifico esempio di volontà ed energia, che ci fu di tanto efficace suggestione. Noi volevamo procurare a noi stessi il godimento spirituale di una cara remi¬ niscenza, riandando le vicende che ci legarono a Lui come stu¬ diosi, come discepoli, come ammiratori.

Forse il nostro Consiglio Direttivo, dopo la prova di oggi, non resterà contento della scelta fatta. Se per questa esso fu guidato dal criterio di affidarsi ad uno, che era stato il più lun¬ gamente fra tutti accanto a Lui nella qualità di discepolo e poi di collaboratore e che per tale comunanza di vita scientifica, prolungata per ben 18 anni, aveva tramutati quei rapporti in vero attaccamento di devota venerazione, tanto da fargli nutrire il più vivo desiderio di saper parlare di Lui per onorarne la memoria, certo la scelta non poteva essere dubbia. Chi ha l'onore di par¬ larvi, sebbene vivente in appartato e modesto raccoglimento e per quanto privo di ogni titolo notorio, che gli permettesse di aspirare ad una particolare considerazione, ne possedeva pur uno, che lo autorizzava a mostrarsi nella cerimonia di oggi: la ven¬ tura, cioè, che egli ebbe di aver trovato nel Maestro la guida, il consiglio, l'ammaestramento, la protezione, il conforto, quando nel momento e col bisogno di formare la propria educazione scientifica ed il carattere morale, negli anni più verdi della sua età e della sua carriera, divenne prematuramente orfano delle paterne cure. Per tale ventura quel sentimento filiale, che era stato privato del suo naturale sbocco, non poteva rivolgersi che verso la grande Anima del venerato Maestro. E così fu. Nei quattro lustri i rapporti fra quell'Anima grande e quell'orfano avido di disciplinare mente e cuore sotto un Esempio, non po-

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tevano che legare per sempre la gratitudine dell'allievo verso ramato Maestro.

Ma se si volle, invece, con quella scelta, procurare a voi il sollievo di una parola gradita, degna della solennità dell'occa¬ sione e dell'altezza di Chi si voleva onorare, ahimè, quale di¬ singanno per il Consiglio e quale delusione per voi. Tuttavia oso confidare sull'indulgenza del primo e sulla benevolenza vo¬ stra, purché vogliate riferirvi a quell'unico titolo, per il quale vi parlo, ascoltandomi con pazienza, e rendendo così, accanto a quello di omaggio, anche un tributo di sacrifizio alla memoria del Caro compianto.

Coloro fra di voi che, per essere un poco più di me inol¬ trati nel cammino della vita, potettero assistere all'ingresso di Agostino Oglialoro nell'Ateneo napoletano, furono testimoni diretti delle vicende, che amareggiarono nei primi tempi quel¬ l'ingresso; vicende delle quali io non potei raccogliere che poco dopo il racconto.

Un istituto chimico, che rispondesse a tal nome, non esi¬ steva, in quell'epoca, a meno che sotto il detto nome non si vogliano comprendere pochi banchi inadatti, alcuni barattoli e qualche grossolano fornello, in un locale umido e mal distri¬ buito e dove, fino allora, nessuna vera e propria ricerca scien¬ tifica aveva trovato il modo e l'ambiente di compiersi.

Esistevano, invece, basse gelosie e competizioni personali, le cui manifestazioni, se pur tollerabili, quando siano contenute ed esplicate nei confini della correttezza, se non della nobilità e della cavalleria, diventano condannevoli ed insopportabili, allor¬ ché degenerano in ribellioni volgari, ostruzionismo ignorante e finanche ho vergogna a dirlo minaccia alla tranquillità ed alla integrità stessa personale. Se non che Agostino Oglialoro aveva cuore adamantino, non soltanto per la sua limpidezza, ma ben anche per la sua fortezza ed invulnerabilità; Egli aveva e- nergia non comune di lottatore, possedeva sopratutto l’ascen¬ dente del Suo galantomismo e della Sua lealtà, e queste doti Gli permisero di aver subito ragione di quella ostile zavorra, a debellare la quale non fu trascurabile sussidio l'entusiasmo della nuova gioventù studiosa sopraggiunta, che riconobbe, con l'i-

stinto del cuore non corrotto, le virtù che circondavano la fi¬ gura del nuovo Maestro e volle col suo generoso slancio con¬ tribuire allo sbaraglio.

Più facile fu a Lui, con quelle virtù, conquistarsi la stima immediatamente e l'amicizia in breve di quei contemporanei della Facoltà di Scienze Naturali, che si chiamavano Arcangelo Scacchi, Luigi Palmieri, Sebastiano Nicolucci, Salvatore Trin- chese, Gilberto Govi, Guglielmo Guiscardi, Giovanni Paladino, Achille Costa, Antonio Pasquale, che Lo hanno preceduto nel sepolcro, carichi di gloria, se non tutti di anni, nonché, man mano, di tutti gli altri valentuomini, che formavano il Corpo Accademico di quell'epoca, tanto glorioso per i nomi che van¬ tava. Bisognava sentir parlare di Lui quella eccelsa cima di scienza, che fu Arcangelo Scacchi, per giudicare in quale considerazione era salito il giovine ospite in quella senile ed eletta famiglia di celebrità.

Raggiunta la necessaria e sospirata calma, Oglialoro potè darsi tutto alla Sua opera migliore, quella che resterà a perpe¬ tuare la Sua benemerenza: la creazione dell'Istituto chimico; opera nella quale non abbandonò mai l'impronta ricevuta dai Suoi stessi grandi Maestri Cannizzaro e Paterno. Del primo volle addirit¬ tura collocare il nome fra i sommi accanto a Lavoisier che fregiavano la volta del rinnovato grandioso anfiteatro, al che il Sommo, grande anche nella modestia, non mancò, leggendolo, di protestare esclamando: "perchè molestare anche i viventi?,,

Circondato anche allora da abili collaboratori, Egli potè nel¬ l'opera stessa rapidamente avviarsi, non risparmiando alcun sa¬ crifizio, perfino ricorrendo nei casi estremi a personali anticipi finanziarii, pur di affrettare la sospirata sistemazione dell'istituto e poter cominciare ad accogliere intorno a gli studiosi.

Consentite che fra i primi valorosi Suoi collaboratori, ac¬ canto al nome di Orazio Rebuffat un altro cui sento il bisogno di esternare pubblicamente la mia gratitudine affettuosa e devota per tutto quello che debbo a lui di colui che fu in quell'ini¬ zio il braccio destro del suo direttore e che a sua volta fu mae¬ stro di altre generazioni di chimici, che onorò ed onora la scuola da cui deriva ed è oggi decoro autentico del nostro Politecnico; accanto a quel nome io ricordi quello di un altro nostro Caro,

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da lungo tempo scomparso: Antonio Cabella, la più bella, la più semplice figura di candida bontà, che visse in quella na¬ scente famiglia di studiosi.

E consentite ancora che parlando di Agostino Oglialoro,

10 non manchi di rivolgere un pensiero alla memoria di un altro illustre, che fu di Lui l'amico inseparabile: Francesco Mauro;

11 prodigioso analista, prematuramente rapito alla scienza ed agli affetti, e del cui organismo la distruzione fu probabilmente ac¬ celerata dal continuo contatto con quel Fluoro, che formò l'ar¬ gomento particolarmente prediletto dei suoi studi sperimentali.

Creato l'ambiente, cominciarono gli studiosi ad affluire nel¬ l'istituto del Professore Oglialoro, trovandovi, se non dovizia di mezzi, ospitalità generosa e direzione sapiente.

Fummo una diecina, in quei primi anni, i frequentatori del¬ l'istituto chimico, formando un gruppo, ove fraternizzammo fra noi, aiutandoci a vicenda nell'arredamento, fra mille mancanze, dei nostri posti da lavoro e nel compimento delle nostre eser¬ citazioni, i provetti guidando i novizi, sotto l'ammaestramento di Lui e dei Suoi assistenti.

Rigidamente intransigente per quanto riguardava assiduità, nettezza, precisione e probità nel lavoro, Egli non ci risparmiava all'occorrenza richiami e rimproveri, talora di una violenza ter¬ ribile ricordate? tali che noialtri davvero non si ricadeva per una seconda volta in una medesima colpa. Ma poi, poco dopo di una di quelle indimenticabili strapazzate, Egli imman¬ cabilmente ritornava presso il disgraziato, che la aveva meritata, per cancellare con una parola, con un sorriso, ogni turbamento dell'animo e non lasciare in noi se non il ricordo ed il penti¬ mento della colpa commessa, col deciso proposito di scansare la recidiva e col senso di gratitudine per il nuovo, per quanto duro, ammaestramento ricevuto.

L' indirizzo da Lui tenuto consisteva nell' addestrarci sopra tutto ed il più lungamente possibile nel lavoro analitico, che rappresentava in massima parte il nostro tirocinio di laboratorio, educandoci alla minuta pratica sperimentale, all'osservazione ed allo apprezzamento razionale dei fatti, abituandoci alla scrupo¬ losa consultazione bibliografica nei casi particolarmente com¬ plessi, ed alla discussione dei problemi, spesso insidiosi, che la

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ricerca analitica può presentare. Ben sei mesi circa eravamo trattenuti a praticare la così detta analisi per via secca con la guida del Landauer e non meno di un anno quella per via umida seguendo il classico trattato del Fresenius, che Egli soleva chiamare " il vangelo dei chimici,,. Dopo un così lungo tirocinio analitico qualitativo un periodo assai più breve, di soli pochi mesi, dedicavamo ad esercitazioni di quantitativa, scelte opportunamente e svariatamente, ed infine ci si affidavano dei lavori sintetici sperimentali, per lo più scegliendoli fra quelli destinati ad illustrare sempre con nuovi esempi le vedute geniali e nuove che Egli aveva da poco espresse intorno alla nota ed interessantissima reazione di Perkin; ovvero a portare nuovi contributi in altri studi, che erano oggetto di altre ricerche ini¬ ziate da Lui.

Le esercitazioni sperimentali venivano talora alternate con discussioni teoriche, di cui assegnava i temi ad alcuni di noi, o con recensioni di lavori di chimici illustri, o con referenze bi¬ bliografiche del giorno, ovvero con conferenze didattiche, per quelli di noi che eravamo iscritti alla Scuola di Magistero. Quante correzioni e buoni consigli ci prodigava in queste ultime e con quale premura ci raccomandava sopratutto : " non ereditate il di¬ fetto del vostro maestro: la fretta nel dire,,. Ed allorquando taluno di noi faceva cattiva prova nella conferenza caso non infrequente Egli ne sorrideva nel correggerci, ed a cancellare in noi la mortificazione e lo sconforto qualche volta aggiungeva : " non vi sgomentate, chè pure a me non è mancato di fare qualche lezione forse anche peggiore di questa „.

Io non posso permettermi, e non me ne sento la compe¬ tenza, di giudicare intorno alla opportunità ed alla efficacia di quell' indirizzo ed ai frutti che potè dare nella scolaresca che Egli formava; ma non può negarsi tuttavia che, a parte le ricerche speculative di scienza teorica o di filosofia scientifica, la palestra più adatta a formare dei buoni lavoratori e sperimentatori nella chimica è appunto Y esercizio analitico , come quello che rac¬ chiude in quasi tutti i problemi generici , che possono pre¬ sentarsi in una ricerca sperimentale; mentre nello stesso tempo apre il campo a qualsiasi indirizzo pratico professionale, che il futuro chimico avrà opportunità o necessità di seguire. La que-

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stione merita, infatti, di esser messa bene nei suoi termini: una scuola scientifica universitaria deve bensì mirare a produrre pos¬ sibilmente anche degli scienziati; ma sopratutto deve sforzarsi di formare dei buoni professionisti; poiché la maggior parte di quelli che frequentano 1’ Università non chiede altro, vi è mezzo altrove di conseguire siffatta finalità. Oggi la laurea in Chimica non costituisce soltanto un titolo dottorale ed accademico, ma è altresì garanzia di attitudine e capacità pratica professionale. Ora, questo criterio, che è poi quello che deriva dalla considerazione del sistema tenuto dal Prof. Oglialoro nella Sua scuola ai tempi cui mi riferisco, non è il meno da aver presente ; si può co¬ scienziosamente affermare che i frutti ne siano stati tutti cattivi nella numerosa schiera di scolari, che Egli produsse.

D’altronde, come altri ben disse, per quanto egli avesse precipuamente mirato all’educazione analitica dei Suoi allievi, non imponeva alcun limite o restrizione alle particolari tendenze di questi ultimi ; chè anzi queste Egli favoriva con tutto ciò che da Lui potesse dipendere, di mezzi e di sapere, come se ne ha prova in non pochi lavori sperimentali e ricerche originali com¬ piute nel Suo laboratorio.

Comunque sia, la scuola di chimica del Professore Oglia¬ loro andò di anno in anno accreditandosi, come stette a dimo¬ strare l’impressionante accrescersi del numero dei frequentatori regolarmente iscritti al corso Chimica, senza parlare dei non pochi cultori di scienze mediche e naturali o di ingegneria, che desideravano addestrarsi nella chimica sperimentale o condurre delle particolari ricerche nel proprio campo. Si aggiunga altresì che nei primi anni, quando ancora non esisteva un laboratorio di chimica farmaceutica, ove si potesse lavorare; quando, cioè, non ancora era stato creato dal nuovo titolare quel meraviglioso istituto di Chimica farmaceutica e tossicologica, che oggi col nome del suo fondatore e direttore, Arnaldo Piutti, forma vanto ammirato ed invidiato del nostro Ateneo, anche gli studenti della Scuola di Farmacia chiedevano asilo, in quel periodo, nel¬ l'istituto di Chimica generale. Ed Egli non chiuse mai le porte a nessuno, fino a quando Glielo consentirono la legge della impenetrabilità della materia, in quanto allo spazio, e quella della non creabilità della medesima, in quanto ai mezzi.

Si giunse così ad uno stato di vero affollamento, che si prolungò per parecchi anni, con una pleiade di studenti laureandi, che nell'istituto compivano esercitazioni e ricerche, e con cen¬ tinaia di studenti di Farmacia, che ogni anno erano addestrati in periodiche esercitazioni di analisi qualitativa. Cosicché, con dotazione limitatissima e con scarsissimo personale assistente, Egli seppe compiere il miracolo di ospitare generosamente e proficuamente un vero stuolo di studiosi nel proprio istituto, superanti in numero quello di ogni altro laboratorio consimile di altri primari centri italiani di coltura, senza con questo e per questo imporre mai alcuna tassa o contributo di laboratorio, e provvedendo con le sole risorse ordinarie di quest'ultimo al consumo di prodotti e materiale scientifico ; almeno fino a pochi anni or sono, cioè fino a che la falcidia della dotazione, asso¬ ciata all'incredibile rincaro del materiale, non rese addirittura impossibile ciò che fino allora era stato soltanto un paradosso.

Tutto ciò, o Signori, non credete voi che, nel bilancio di quella incessante attività, equivalga ad una ricca produzione bi¬ bliografica personale, in quanto alla utilità altruistica derivante dall'opera di quel Maestro? Non vi pare che, se Egli fosse stato meno preoccupato della cultura pratica dei giovani anzi¬ ché dell' interesse, anch'esso nobilissimo, ma meno altruistico, di arricchire la propria produzione sperimentale, avrebbe ben po¬ tuto distribuire abbondante lavoro fra quei giovani, non già in esercitazioni analitiche, le quali tornavano, ad unico ed esclusivo vantaggio di costoro, ma in lavori sintetici derivanti dallo sfrut¬ tamento di tutte le Sue già iniziate ricerche sulla inesauribile reazione di Perkin, sulla costituzione della picrotossina, per li¬ mitarmi alle più importanti, e così pubblicare ogni mese, sia in proprio nome, sia con la collaborazione di altri, una ricca serie di risultati sperimentali ?

Il merito di Lui in fatto di produzione scientifica non deve ricercarsi nel numero di lavori pubblicati da Lui e dalla sua scuola, ma piuttosto nella potenzialità della Sua mente e della Sua coltura, ove il germe di siffatta produzione era tutt'altro che assente, sebbene Egli non avesse creduto di sfruttarlo, prefe¬ rendo sacrificarlo generosamente al fine di alimentare altri ger-

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mogli, assai meno decorativi per Lui stesso, ma ben più pro¬ duttivi di altrui utilità.

E che tale potenzialità non Gli facesse difetto bene appare, quando si considerino l'indole e l'estensione delle ricerche che Egli aveva abbracciate, nonché l’importanza di quei primi e non pochi lavori da Lui pubblicati, da solo o in collaborazione; ma che ad un certo punto dovettero arrestarsi, perchè divenne in¬ conciliabile, con quei mezzi e nelle indicate circostanze, la ric¬ chezza della produzione bibliografica con la cura coscienziosa e completa del laboratorio e della coltura dei giovani.

Eppure, malgrado tutto ciò, una non disprezzabile produ¬ zione si ebbe dalla Sua scuola fin quasi al 1900, epoca dalla quale, presso a poco, tale produzione si arresta, sebbene non mancassero a Lui, anche dopo quell'epoca, ottimi collaboratori. Basterebbe fra questi ricordare Colei, che Gli fu dapprima al¬ lieva e poi Compagna diletta nella vita e nello studio, che ne risparmiò le ultime energie con la propria molteplice ed instan¬ cabile attività e che oggi, oltre alla considerazione raggiunta con la propria opera, raccoglie e concentra per la devozione di tutti coloro che amarono il compianto Consorte. può dirsi che la popolazione scolastica fosse divenuta più affollata ; che la tradizionale ed opprimente scarsezza di mezzi o di personale o di risorse si fosse resa più acuta che nel precedente periodo.

Ebbene, non manca la spiegazione di tale arresto. Anzitutto la gravissima malattia, che Lo colpì molti anni or sono, mante¬ nendo tristemente ansiosi e perplessi i Suoi cari e la Sua scuola, lasciò nel suo ben ferreo ma non più giovanile organismo una traccia, che non Gli permise più come prima di far tutto per gli altri senza curare se stesso. Inoltre presso a poco in quel medesimo periodo le cariche molteplici che Egli coprì: - Con¬ sigliere di Amministrazione degli Ospedali riuniti, Delegato del Comune presso la R. Stazione Sperimentale delle Pelli, Presi¬ dente della Giunta di Vigilanza della R. Scuola Professionale Regina Margherita, R. Commissario nella R. Scuola Veterinaria, Sub-Commissario per la pubblica istruzione al Municipio, Ret¬ tore deH'Università per due bienni, componente il Consiglio di Amministrazione della Stazione Zoologica nonché il prolun-

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garsi di incarichi già precedentemente posseduti: Direttore della Scuola di Magistero, componente il Consiglio Provinciale Sanitario, insegnamento speciale della chimica agli studenti di Farmacia, Tesoriere della Società Reale eppoi ancora: le cure per la ordinaria lezione e per il suo scrupoloso e ricco arredamento sperimentale, l'amministrazione del Suo movimentato laboratorio, la creazione del nuovo istituto di Chimica, le in¬ cessanti e prolungatissime sessioni ordinarie, straordinarie ed ultra-straordinarie di esami, la partecipazione a mille svariate commissioni di ogni genere tutte queste cariche assorbivano per intero la Sua benché non scarsa attività; perché Egli di tali cariche non sapeva assumere soltanto la parte onorifica e deco¬ rativa, ma amava disimpegnarne le corrispondenti mansioni con assiduità, scrupolosità e coscienza. Ed allora chi oserà affermare che egli non fosse stato un gran lavoratore, sol perchè il frutto del Suo incessante lavoro Egli preferì donare agli altri anziché servirsene per aumentare la propria notorietà e considerazione?

E dite ancora, o signori : a formare la benemerenza di un uomo dotto e laborioso, è proprio necessario che costui lasci in opuscoli e periodici tracce di questa dottrina e laboriosità anziché in documenti umani ed in opere materiali di indiscuti¬ bile utilità?

Chi mai ha visto quest’uomo concedersi, oltre all'indispen¬ sabile e limitato riposo fisiologico, un ozioso svago, che lo avesse anche per un'ora sola sottratto alla Sua predilezione per il la¬ voro? Le sole divagazioni, che Egli concedevasi, consistevano talvolta in rare passeggiate escursive, che in particolari occasioni amava fare in compagnia dei Suoi assistenti e discepoli: la sola famiglia che pur lungo tempo era riuscito a crearsi, oppure quelle periodiche ed originali tornate della Società di Gastricoltura fra i Professori Universitari „, sorta per affratellare in simpatici con¬ viti e nella soddisfazione del più confessarle degli appetiti quella schiera di eletti già sazi dei più elevati attributi dello spirito e della sapienza.

Siffatto eccessivo raccoglimento nel lavoro Lo faceva appa¬ rire di temperamento chiuso a coloro che non Lo conoscevano intimamente e che perciò Lo riguardavano come un misantropo. Nulla di più ingiusto : nessuno si rivolse mai invano a Lui per

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aver prove di amicizia, quando questa fosse meritata, o per aver comunque sollievo nella necessità. Gli ripugnava soltanto la no¬ torietà ostentata e tutta la Sua vita si svolse in un triplice apostolato: lavoro, onestà, giustizia.

Oggidì le cose sono mutate e molte buone ragioni si hanno per aspettarsi dalle nuove generazioni di chimici, che si forme¬ ranno nel novello istituto, una copiosa produzione scientifica, che manterrà sempre più alta la riputazione di quest'ultimo. So¬ pratutto ne affidano il valore personale, la coltura profonda, l'at¬ tività mirabile associate alla giovanile energia del nuovo titolare, Professor Zambonini, succeduto al vecchio Maestro che oggi ono¬ riamo, ed il cui recente ingresso nella Facoltà di Scienze fu me¬ ritamente salutato con compiacimento vero; e se il modesto plauso anche di chi vi parla può avere per Lui un benché minimo va¬ lore, voglia ben degnarsi di raccoglierlo, almeno come signifi¬ cato di ammirazione ed omaggio. In secondo luogo oggi non vi è più da creare un istituto, ma tutto al più ampliarlo e corre¬ darlo alla stregua delle esigenze sempre nuove della scienza, con mezzi i quali è da augurarsi non subiscano ulteriori falcidie e siano, anzi, portati a misura più degna dell’opera cui sono de¬ stinati. Non manca, infine, l’affluenza della scolaresca attratta dall'interesse sempre crescente, che va guadagnando rapidamente anche qui la scienza che coltiviamo.

Signori, vi ho parlato come ho saputo di Agostino Oglia- loro cercando nel tracciarne l'opera benemerita, di lumeggiarne sopratutto la Figura di serietà, di probità e di virtù che Egli amò conservare modesta; mentre attraverso questa disadorna analisi della Sua vita Essa ci appare gigantesca. Figura che nes¬ sun gesto della Sua non breve esistenza offuscò per un attimo solo.

Quella Figura oggi nell'animo nostro, compreso nella cara reminescenza, si rievoca in tutta la Sua meravigliosa limpidezza, e come sempre noi La invocheremo, ogni qual volta sentiremo il bisogno di ispirarci ad un Esempio di suprema bontà.

CARICHE PUBBLICHE ed ONORIFICENZE

1872 - 2.° Preparatore nel Lab. chimico R. U. di Palermo

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1874 - 2.° Roma

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1876-79 - Assistente Vice-Direttore

1880 - Vince il concorso per Professore ordinario a Messina

1881 - Torino

1882 - E’ trasferito a Napoli in seguito a sua domanda

1888 - (Fino alla morte) - Membro del Consiglio Provinciale Sanitario

1896- 98 - Direttore della Scuola di Farmacia

1906-09 -

1897- 22 - Incarico del corso di Chimica ai Farmacisti 1901-05 - Consigliere di Amm.ne degli Ospedali riuniti

1904-06 - Delegato del Comune presso la R. Staz. sper. delle Pelli 1905 -